L’on-premise è duro a morire. Nonostante il cloud, quello pubblico, l’ibrido, il privato, il multicloud. L’on-premise tiene ancora duro, soprattutto in certi mercati verticali come il banking, il retail e il manufacturing. Fortunatamente, però, anche i CIO più riluttanti si stanno convincendo a liberare il guinzaglio a queste infrastrutture IT. Perché si stanno rivelando meno sicure e meno performanti degli ambienti cloud disponibili oggi.

Cosa significa on-premise

Partiamo dalle basi: cosa significa on-premise? In principio on-premise fu il software. Un software on-premise viene installato e viene eseguito sui computer locali dell’azienda. Tipicamente, la maggior parte delle piattaforme applicative è di tipo client-server. Dunque, si ha una componente installata su un server, in una stanza all’interno dell’infrastruttura aziendale, e una componente sui dispositivi aziendali. Una stanza piena di server è qualcosa di più simile a un data center.

Per estensione, una architettura IT on premise è ospitata in un data center di proprietà del cliente. Una soluzione on-premise è pienamente controllabile, sappiamo dove è localizzata e ci sembra più protetta perché “vicina”. Ma non è detto che lo sia.

Impossibile capire quante architetture on-premise siano ancora distribuite nel mondo. Se ne può avere un’idea forse contando il numero di data center. Che, secondo qualche rilevazione, potrebbero essere circa 8mila nel mondo. Ma in questo numero non ci sono certamente le infrastrutture IT di proprietà di aziende medio-piccole.

Un’infrastruttura on-premise spesso va a braccetto con piattaforme applicative legacy. Fino a qualche anno fa, soprattutto nell’ambito bancario, l’infrastruttura IT on-premise era composta da hardware non standard e da applicazioni proprietarie vincolate all’architettura. L’esempio tipico è il mitico AS/400 di IBM e le applicazioni che possono “girarci” sopra, un vero must nel banking, nel manufacturing e nel retail.

I software e le infrastrutture on-premise

Ma, come detto, in principio on-premise erano i software. Quelli di Microsoft, Oracle, Sap, o generalmente applicativi ERP. In un modello di questo tipo, le aziende erano ostaggio di chi ha realizzato l’infrastruttura e le soluzioni applicative. Una banda di produttori hardware e software a cui versare il prezzo delle licenze software e tutti gli extra dovuti a manutenzione e aggiornamento.

Gli stessi Microsoft, Oracle, Sap, però, negli ultimi anni hanno compiuto degli sforzi notevoli per trasformare le loro soluzioni client-server in modelli SaaS, Software as-a-Service. Così, dal modello di pagamento a licenza si è passati al versamento di un contributo mensile fisso, senza sorprese. Il software diventa un servizio, e il cliente paga una cifra unica per tutto: installazione, personalizzazione, manutenzione, aggiornamento.

Proprio per questo l’infrastruttura on-premise piace ancora, perché l’offerta si è rinnovata. Ma soprattutto piace quel senso di sicurezza di avere i dati in strutture che gli IT manager possono accarezzare ogni giorno. Così, l’on-premise è duro a morire nella testa dei CIO. E allora, dicono i vendor: che si rivaluti l’on-premise! Ma questo non significa tornare ad avere a che fare con ambienti legacy e forme di licensing old style. Perché ciò che è stato detto sui limiti di un approccio di questo tipo continua a essere valido. Rivalutare l’on-premise significa ricrearlo secondo il paradigma del cloud privato.

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I vantaggi e gli svantaggi

          I vantaggi

L’architettura on-premise può garantire un maggiore controllo dei dati e un sicuro adeguamento alla compliance. Ma, attenzione, controllo non significa protezione. Per questo, i moderni paradigmi architetturali isolano nel data center di proprietà una parte di dati e applicazioni mission critical. Così l’azienda cliente può dormire sonni tranquilli. Ed è così che l’on-premise si ricostruisce un’identità precisa, scrollandosi di dosso ciò che si è dimostrato inadeguato al business.

          Gli svantaggi

La struttura on-premise rischia di essere obsoleta, poco protetta e poco adeguata ai nuovi carichi di lavoro. Generalmente è costoso aggiornarla e scalarla. Inoltre, molto spesso integra piattaforme applicative legacy che hanno perso il supporto. Il codice non è aggiornato, e ciò significa vulnerabilità e incursioni inevitabili, ed è complicato aggiornarlo, proprio perché obsoleto o legacy. Inoltre, la classica proposizione a licenza determina un TCO, costo totale di possesso, a oggi insostenibile.

Quando utilizzare le soluzioni on-premise

In definitiva, oggi dell’on-premise si prende ciò che è buono. Si aggiorna l’hardware dell’infrastruttura, spesso tenendo solo lo spazio, e si buttano via le applicazioni legacy. È un on premise “che si rifà il trucco”, che sfrutta i vantaggi di un approccio cloud, evitandone le vulnerabilità.

Per questo sono necessari servizi e applicativi di gestione con funzionalità innovative ereditate dall’esperienza cloud. L’on-premise rivive una nuova giovinezza, dunque, migrando verso il cloud privato. Ed esistono standard specifici di migrazione per questo. Senza rischiare perdita di dati e di funzionalità applicative. Il tutto confortato da una nuova offerta commerciale: il Software as-a-Service. Compiuta la migrazione, scrollati di dosso i limiti dell’on-premise e conquistati i benefici di un approccio cloud, la domanda da farsi è una sola. Quali sono i dati aziendali che l’azienda non può rischiare di perdere o vedere corrotti? Bene, saranno proprio quelli che un cloud service provider, o un system integrator, concentrerà nel nuovo cloud privato. In un data center ancora di proprietà ma più performante e più protetto. E con un modello commerciale che dimentica il TCO e riduce il ROI.

On-premise: cosa significa, vantaggi e svantaggi per le aziende ultima modifica: 2022-05-02T09:51:00+02:00 da Valerio Mariani

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