Il cloud italiano trova spazio non come alternativa agli hyperscaler, ma come componente complementare in scenari multicloud, dove contano controllo del dato, prossimità e flessibilità.Il valore si sposta dai prodotti ai servizi: il canale torna centrale come orchestratore di soluzioni e leva di marginalità.
White label, piattaforme e competenze diventano fattori decisivi, mentre il vero limite resta la capacità dei partner di adattarsi alla velocità del cambiamento.
Il dibattito sul cloud italiano continua a oscillare tra due poli: da un lato la narrazione della sovranità digitale, dall’altro la realtà di un mercato ancora fortemente dominato dagli hyperscaler. Tra queste due direttrici, si sta consolidando un posizionamento diverso, più pragmatico, che passa dal ruolo del canale, dai servizi gestiti e da modelli operativi alternativi.
È proprio in questa intersezione che si collocano esperienze come quella di Data Cube e innovazionedigitale, che rappresentano due punti della filiera – distribuzione e cloud provider – chiamati oggi a ridefinire il proprio ruolo.
Qui il tema della sovranità digitale cambia natura: non è più una dichiarazione di principio, ma una leva operativa che riguarda dove stanno i dati, chi li gestisce e con quali garanzie.
Cloud italiano e sovranità digitale: più controllo dei dati che indipendenza reale
Il concetto di sovranità digitale viene spesso evocato come obiettivo strategico, ma nella pratica assume contorni meno ideologici e più operativi.
Secondo Lorenzo Zanotto, fondatore di Data Cube, il tema della sovranità digitale va ridimensionato rispetto alle aspettative che spesso lo accompagnano.
“Una sovranità digitale vera è difficile da raggiungere, visto come è organizzata l’infrastruttura mondiale”.
Una posizione che sposta il baricentro del discorso: più che immaginare un’autonomia totale, oggi poco realistica, il punto diventa capire quanto controllo un’azienda è davvero in grado di esercitare sui propri dati. Dove risiedono, chi li gestisce, con quali strumenti possono essere recuperati e protetti nel tempo.
È in questo perimetro che il cloud italiano trova una propria ragione d’essere: non come alternativa ideologica ai grandi provider globali, ma come opzione che introduce maggiore trasparenza, prossimità operativa e possibilità di interlocuzione diretta. Elementi che, soprattutto per alcune tipologie di dati e contesti regolati, iniziano a pesare tanto quanto – se non più – della pura scala infrastrutturale.
Una lettura in parte sovrapponibile arriva anche da Andrea Buratti, amministratore di innovazionedigitale, che amplia il ragionamento spostandolo dalla sola dimensione del dato a quella, più ampia, della filiera tecnologica.
“La sovranità digitale significa sapere chi c’è dietro l’infrastruttura e poterci parlare alla pari”.
Il punto, in questa prospettiva, non è tanto l’accesso alla tecnologia in sé – che oggi è ampiamente disponibile – ma la possibilità di comprenderne davvero il funzionamento, di avere un interlocutore identificabile e di mantenere un livello di controllo che non si esaurisca nell’utilizzo di una piattaforma.
È qui che la distinzione tra modelli diventa più concreta: non si tratta di sostituire gli hyperscaler, né di replicarne scala e servizi, ma di costruire condizioni diverse, in cui controllo, relazione e capacità di intervento tornano ad avere un peso reale nelle scelte delle aziende.
Cloud italiano e hyperscaler: perché non è un’alternativa ma un complemento nel multicloud
La questione centrale, comunque, resta: ha senso parlare di cloud italiano in un mercato dominato dai grandi player globali?
La risposta, da entrambe le prospettive, è sì – ma con una distinzione chiara.
“Il cloud italiano non è un’alternativa agli hyperscaler, ma qualcosa che può convivere con loro”, osserva Andrea Buratti. Più che competere sulla scala o sulla profondità del portafoglio, il valore sta nella capacità di rispondere a esigenze specifiche – dalla compliance alla gestione dei dati sensibili – con un livello di adattabilità che i grandi provider, per definizione, faticano a offrire.
Su questo terreno si innesta anche la riflessione di Lorenzo Zanotto, che introduce un elemento meno tecnico ma decisivo: la relazione.
“Provate a chiamare un hyperscaler e chiedere di adattare l’infrastruttura: non è così semplice. Con un provider italiano parli con qualcuno e puoi costruire qualcosa su misura”.
È proprio in questa combinazione – flessibilità operativa e prossimità – che si gioca lo spazio del cloud italiano: non nella competizione diretta, ma nella capacità di affiancare, integrare e in alcuni casi compensare i limiti dei modelli più standardizzati.
Mercato del cloud italiano: numeri, limiti e opportunità di crescita
I numeri restituiscono l’immagine di un mercato ancora fortemente sbilanciato, in cui i provider italiani occupano una posizione marginale ma non irrilevante.
“Gli hyperscaler governano circa il 90% del mercato europeo e il 65% di quello globale. In Italia resta una quota minima, intorno all’1,5%”, sottolinea Andrea Buratti. Una fotografia che, letta superficialmente, potrebbe suggerire un divario difficilmente colmabile.
In realtà, quella stessa percentuale racconta anche altro: esiste uno spazio – ancora limitato ma concreto – su cui costruire un’offerta alternativa, soprattutto in un contesto in cui crescono le esigenze legate alla compliance, alla localizzazione del dato e alla gestione di ambienti più controllabili.
In questo scenario, la direzione non è quella dello scontro diretto con i grandi player globali, ma dell’integrazione. È nel multicloud che il cloud italiano può trovare una collocazione più solida, diventando una componente mirata per specifici workload, per la gestione dei dati sensibili o per rispondere a vincoli normativi sempre più stringenti.
Il ruolo del canale: da intermediazione a costruzione del valore
Se il cloud italiano trova spazio soprattutto in scenari integrati e multicloud, questo ha una conseguenza diretta anche sulla filiera. È proprio qui che torna centrale il ruolo del canale, in un contesto in cui per anni si era dato per scontato un suo progressivo ridimensionamento.
Zanotto descrive una trasformazione netta:
“Il canale non è più solo logistica. Oggi fa da cuscinetto finanziario e soprattutto da consulente tecnologico”.
In un mercato sempre più frammentato – con migliaia di vendor, soprattutto in ambito cybersecurity – il punto non è più accedere alla tecnologia, ma riuscire a orchestrarla. Mettere insieme strumenti diversi, integrarli, costruire soluzioni coerenti rispetto alle esigenze del cliente.
È su questo terreno che il canale recupera centralità: non come intermediario, ma come soggetto che interpreta, seleziona e costruisce.
“Non è più il prodotto il centro, ma il servizio”, aggiunge Zanotto.
Il cloud, in questa logica, diventa l’infrastruttura abilitante su cui costruire servizi gestiti – ed è lì che si concentra la marginalità reale per partner e system integrator.
Servizi gestiti e cloud italiano: dove si genera la vera marginalità
Se il canale torna centrale perché deve orchestrare soluzioni sempre più complesse, cambia di conseguenza anche il modo in cui si genera valore. È qui che si vede il passaggio più concreto: non nell’infrastruttura in sé, ma in ciò che viene costruito sopra.
Secondo entrambe le voci, la marginalità si sposta infatti dai layer tecnologici di base alla capacità di sviluppare servizi.
“Il partner deve usare il cloud per vendere servizi propri: è lì che si fa la marginalità”, spiega Zanotto.
Buratti porta il ragionamento un passo oltre, mettendo in discussione il modello puramente rivenditoriale:
“Chi rivende servizi già pronti non sta facendo davvero managed services. Deve partire da strumenti ‘grezzi’ e costruire la propria offerta”.
Qui, il cloud – e in particolare quello italiano – si configura come una piattaforma abilitante: non un prodotto finito da distribuire, ma una base su cui costruire servizi a valore. Anche per questo assumono rilevanza modelli come il white label, che permettono ai partner di mantenere la relazione con il cliente e sviluppare una proposta riconoscibile.
White label e piattaforme cloud italiane: nuovi modelli per partner e system integrator
Se la marginalità si sposta sui servizi e sulla capacità di costruire soluzioni, diventa necessario anche ripensare gli strumenti con cui il canale opera. È in questo contesto che il white label assume un ruolo sempre più centrale nel nuovo equilibrio di filiera.
“Dieci anni fa i partner volevano costruirsi il proprio data center. Oggi è antieconomico”, osserva Zanotto. La possibilità di utilizzare infrastrutture di terzi mantenendo il proprio brand diventa così un acceleratore: consente di concentrarsi sui servizi senza sostenere investimenti infrastrutturali difficilmente sostenibili.
Su questa base si innesta un’evoluzione ulteriore, descritta da Buratti, verso modelli di piattaforma:
“Abbiamo costruito un ecosistema che chiamiamo marketplace, con servizi modulari – cloud, Object Storage S3, backup e DR, cybersecurity – che il partner può combinare”.
L’obiettivo è duplice: da un lato semplificare l’accesso a tecnologie sempre più articolate, dall’altro ridurre il tempo necessario per costruire soluzioni, che resta uno dei principali vincoli operativi per il canale.
Il vero limite del cloud italiano: competenze, tempo e capacità di evoluzione del canale
Un quadro che, però, mette anche sotto pressione il canale. Perché se il valore si sposta verso i servizi, l’integrazione e la gestione continuativa, la vera sfida diventa la capacità di adattarsi a questo cambio di passo.
“Molti partner non hanno tempo, ed è uno dei limiti più concreti nel seguire questa evoluzione”, evidenzia Andrea Buratti. La velocità con cui evolvono cloud e intelligenza artificiale rende difficile stare al passo, soprattutto senza investimenti strutturati in competenze e formazione.
Il rischio, come sottolinea Zanotto, è quello di restare ancorati a un modello ormai superato:
“Chi resta legato alla vendita di prodotto rischia di rimanere indietro”.
Non è solo una questione tecnica. È un cambiamento più profondo, che riguarda il modo in cui si costruisce la relazione con il cliente: meno transazionale, più continuativa, basata sulla capacità di accompagnarlo nel tempo con servizi e soluzioni evolutive.
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