L’ordine di un tribunale canadese che impone a OVHcloud di consegnare dati europei, nonostante la loro localizzazione fisica all’interno dell’Unione, ha riacceso il dibattito sulla sovranità digitale. Un tema spesso evocato nel dibattito pubblico, ma raramente affrontato nelle sue implicazioni più profonde. Di fatto, come abbiamo sottolineato in questo articolo, il caso mette in evidenza una contraddizione strutturale: anche quando i dati risiedono in Europa, il perimetro giuridico e tecnologico entro il quale operano i fornitori di infrastrutture e servizi può esporli a ordinamenti extraeuropei.
Tuttavia, questo potrebbe – anzi, dovrebbe – essere il minore dei problemi.
In realtà, secondo Gabriele Faggioli, CEO di Partners4Innovation, esperto di diritto delle tecnologie e regolazione dei mercati digitali, il problema è molto più ampio e riguarda il modo stesso in cui il cloud sta trasformando il rapporto tra imprese e tecnologia.
Di primo acchito, commentando la notizia, Faggioli aveva sintetizzato la questione in un modo che potremmo definire tranchant: “Stiamo andando verso un modello cloud dove i fornitori possono triplicare il prezzo impunemente (perlomeno per ora, in attesa di eventuali interventi delle Autoritò competenti) e stiamo accettando che i sistemi ERP non siano più nostri, in applicazione del modello di licensing software on-premise, a fronte invece di un mero diritto d’uso temporaneo che è il paradigma a subscription del cloud. In pratica, ci stiamo consegnando mani e piedi ai grandi fornitori nordamericani o europei, nel caso di SAP, che però poi si appoggiano sui fornitori infrastrutturali tipicamente nordamericani. Parlare di sovranità digitale, in questo contesto, mi pare francamente ridicolo”.
Da questa riflessione ha dunque preso le mosse una conversazione che allarga lo sguardo dal singolo caso giudiziario a una trasformazione strutturale del mercato digitale europeo, nella quale il tema della sovranità si intreccia sempre più con quello del potere economico, del lock-in tecnologico, degli switching costs e della attuale assenza di regolamentazione.
Sovranità digitale: una definizione spesso fraintesa
Secondo Gabriele Faggioli, è necessario in primis partire da un distinguo concettuale non banale: non ci si può limitare a considerare la sovranità digitale un tema infrastrutturale.
“La sovranità digitale dovrebbe essere l’autonomia, perlomeno dell’Europa, ma idealmente dei singoli Stati membri, rispetto al dominio sulle tecnologie fondamentali che permettono a imprese e pubbliche amministrazioni di operare”, spiega. “Dipendere da tecnologie straniere non è solo una questione tecnica: significa esporsi a decisioni unilaterali che possono avere effetti economici, strategici e industriali anche pesanti, in grado di mettere in discussione la sostenibilità delle imprese o l’erogazione di servizi ai cittadini”.
Il punto centrale – ed è qui per Faggioli il vulnus della questione – è che questa autonomia oggi non esiste. “Siamo lontanissimi da una reale sovranità digitale”, afferma Faggioli. “L’Europa non produce le tecnologie necessarie per essere indipendente. E se guardiamo all’Italia, il quadro è ancora più evidente”.
Certo è possibile ottenere tecnologie in licenza, è potenzialmente possibile pensare di avere installazioni auto-consistenti ma sottostante, ci sarà sempre la necessità di tecnologie non proprietarie, non italiane e quasi sempre neanche europee.
In questo contesto, la crescita dei data center in Europa viene spesso interpretata come un segnale positivo. Ma è una lettura che rischia di essere fuorviante. “Se per sovranità intendiamo il fatto che le infrastrutture siano fisicamente sul territorio europeo, allora sì: oggi molti grandi operatori del cloud hanno molti data center in Europa”, di nuovo ribadisce. “Ma questa non è sovranità digitale. È solo territorializzazione delle infrastrutture. Retrostante, a produrre, mettere a mercato e controllare le tecnologie sono aziende tipicamente non italiane e neanche europee”.

Localizzazione non è controllo
Il nodo, secondo Faggioli, è che la localizzazione fisica non modifica i rapporti di potere. “La tecnologia resta dei fornitori”, sottolinea. “Restano loro i modelli di licensing, le politiche di prezzo, le condizioni contrattuali e le decisioni sull’evoluzione delle piattaforme”.
È qui che il caso OVHcloud assume un significato più ampio. “Il problema non è solo dove stanno i dati”, osserva. “Ma chi controlla l’infrastruttura giuridica ed economica entro la quale quei dati vengono gestiti”.
Questa asimmetria emerge in modo ancora più evidente quando si osservano le dinamiche di mercato degli ultimi anni. “Stiamo assistendo a un consolidamento del potere dei grandi vendor”, afferma Faggioli. “E il cloud, invece di ridurre questa dipendenza, spesso e volentieri la rafforza”.
Il lock-in tecnologico come leva di potere
Secondo Faggioli, il vero tema – ancora sottovalutato – è il lock-in tecnologico, reso ancora più stringente dai modelli cloud. “Quando un’azienda appoggia i processi critici, ma anche i meno rilevanti, su una piattaforma, i costi di uscita, cosiddetti switching costs diventano spesso ”, spiega. “Non solo in termini economici, ma anche organizzativi e temporali”.
Il caso VMware dopo l’acquisizione da parte di Broadcom è emblematico. “Broadcom ha deciso unilateralmente di modificare l’offerta, reimpacchettando prodotti e servizi e spingendo verso modelli in abbonamento”, ricorda. “In molti casi i costi sono aumentati in modo significativo, fino a triplicare”.
Il caso Broadcom
In effetti, dopo l’acquisizione di VMware da parte di Broadcom, i clienti europei hanno dovuto affrontare aumenti tariffari massicci, compresi tra l’800% e il 1.500%, legati all’introduzione di nuovi modelli in abbonamento, alla dismissione delle licenze perpetue e a pratiche di bundling restrittive. Una dinamica che ha spinto il European Cloud Competition Observatory (CISPE) a contestare in sede giudiziaria l’approvazione, da parte della Commissione Europea,dell’operazione di acquisizione di VMWare, denunciando un abuso di potere di mercato e gravi pratiche anticoncorrenziali. Broadcom ha infatti imposto contratti di abbonamento obbligatori su base pluriennale, eliminato il modello “pay-as-you-go” e chiuso i contratti preesistenti, costringendo partner e clienti a migrare verso accordi più costosi e rigidi, con casi in cui gli aumenti di prezzo superano di oltre dieci volte i livelli precedenti.
Ma il problema, secondo Faggioli, non è solo l’aumento dei prezzi. “Il punto è che il mercato non ha reali possibilità di reazione”, sottolinea. “Tecnologie come VMware non sono sostituibili in tempi e costi ragionevoli. Questo crea un potere di mercato enorme, che può essere esercitato senza un reale contrappeso”.
Broadcom-VMware un anno dopo: sfide, costi e nuove opportunità
ERP in cloud: dal possesso al diritto d’uso
Una dinamica simile si sta affermando nel mondo degli ERP, dove il passaggio al cloud viene spesso presentato come una scelta naturale o inevitabile. “In realtà è una scelta che ha conseguenze strutturali”, osserva Faggioli. “Con il cloud io non possiedo più l’ERP: ne ho solo un diritto d’uso temporaneo”.
Questo significa che sistemi centrali per il funzionamento delle imprese diventano progressivamente soggetti a condizioni contrattuali ed economiche potenzialmente incontrollabili nel tempo . “Alla scadenza del contratto non ho alcuna garanzia sulla stabilità dei prezzi, sul modello di erogazione dei servizi”, spiega. “Né sulla struttura dell’offerta. I servizi possono essere reimpacchettati, i costi aumentati, e il cliente sostanzialmente non ha margini di manovra se non con tempi e costi spesso irragionevoli”.
In pratica, non sono più le imprese a dettare la propria strategia digitale. Si è spesso costretti a seguire le scelte dei vendor senza una credibile possibilità di autonomia.
Secondo Faggioli, il cloud viene spinto anche per ragioni economiche precise. “Il mercato del software on premise è saturo”, osserva. “Basta vedere, nei dati pubblicamente accessibili dei bilanci dei grandi software vendor,che sono anche cloud provider, come i fatturati da vendite di software on-premise sono ormai in ragione di uno a cinque, o anche di più, rispetto ai canoni di manutenzione o ai canoni da servizi cloud a subscription. In pratica, la stragrande maggioranza del fatturato è ricorrente e sostanzialmente certa. Tanto più questi ricavi si spostano verso il cloud, quanto più i clienti saranno soggetti alle scelte unilaterali dei provider, che potranno decidere ogni tipologia di modifica delle proprie politiche commerciali e contrattuali senza sostanziale confronto con i clienti stessi, tipicamente costretti a rinnovare, non potendo restare senza servizio, alle condizioni scelte dal provider. È un modello a mio avviso insostenibile a tendere, perché apre a comportamenti opportunistici inaccettabili”.
SAP e la UE: un caso specifico che rivela un problema strutturale
Per capire a portata della questione, seppur non con riferimento al cloud quanto invece ai contratti di manutenzione delle licenze on-premise, possiamo prendere in esame la procedura avviata dalla Commissione Europea nei confronti di SAP per potenziale abuso di posizione di dominanza, che tocca dunque direttamente i sistemi applicativi centrali delle imprese, e che può essere un “caso di scuola” nel confronto tra grandi fornitori software e autorità europee (e nazionali).
In particolare, la Commissione Europea ha avviato un procedimento formale antitrust nei confronti di SAP per verificare se alcune politiche di maintenance e supporto dei software ERP on premise possano aver violato le normative europee in materia di dominanza.
L’attenzione dell’Antitrust UE si è concentrata in particolare sulle condizioni contrattuali che regolano l’accesso ai servizi di manutenzione, sulle modalità di uscita dai contratti e sulle conseguenze economiche per i clienti che decidono di interrompere o sospendere il supporto.
In risposta all’azione dell’Antitrust, SAP ha presentato una serie di impegni alla Commissione europea con l’obiettivo di chiudere l’indagine sulle politiche di manutenzione dei suoi software ERP on-premise, impegnandosi a rendere più flessibili i contratti, facilitare il ricorso a fornitori terzi di supporto e ridurre o eliminare costi penalizzanti come le commissioni di ripristino del servizio.
La Commissione UE, di fatto, chiede specificamente che le imprese possano scegliere liberamente come e da chi farsi supportare, senza vincoli contrattuali o aumenti di costo sproporzionati. L’obiettivo è ristabilire condizioni di concorrenza effettiva in un mercato che riguarda sistemi critici per migliaia di aziende europee.
La Commissione Europea ha aperto una consultazione pubblica, che si è chiusa a dicembre 2025 e sarà interessante vedere quale sarà la decisione finale. “Personalmente ho partecipato alla consultazione pubblica”, ci dice Faggioli, “con una serie di note e considerazioni. Gli impegni proposti da SAP sono interessanti e rendono evidente che alcune delle politiche commerciali dei vendor, e certo non solo di SAP, sono assolutamente insoddisfacenti per il mercato, La Commissione ha puntato il faro su alcune criticità delle relazioni commerciali con i clienti ma molte, e anche non di SAP, sono le pratiche che reputo dovrebbero essere analizzate dalle autorità antitrust: chiedere denaro per cedere le licenze intra o extra gruppo societario, impedire la cessazione della manutenzione per la quota parte di prodotti o di diritti di licenza non più utilizzati, pretendere la cessazione del diritto di utilizzo per la quota parte di prodotti non manutenuti sono solo alcune pratiche che diverse software house pongono in essere e che a mio avviso potrebbero essere abusive, fermo che la valutazione finale spetta alle Autorità”.

Una dinamica tipica nel mercato del software enterprise
SAP diventerà così un caso emblematico non perché rappresenti un’eccezione, ma perché rende visibile una dinamica che riguarda l’intero mercato del software enterprise.
“Parliamo di sistemi ERP che sono i cuori pulsanti delle aziende”, osserva Gabriele Faggioli. “Finanza, logistica, risorse umane, supply chain: tutto passa da lì. Ed è evidente che, quando il controllo di questi sistemi è concentrato in poche mani, il tema non è solo tecnologico”.
Il punto, sottolinea Faggioli, è che l’indagine europea su SAP va letta come un segnale più ampio. “Si parla di SAP perché il caso è arrivato alla Commissione europea”, spiega. “Ma il ragionamento vale per qualunque provider che metta a disposizione sistemi cruciali per le aziende.
Oggi la Commissione si concentra sulla manutenzione dei prodotti on-premise ma io mi auguro che questo rappresenti il trampolino per una analisi del mercato del cloud applicativo e infrastrutturale.
In ogni caso, da oggi tutti sanno che le Autorità sono pronte a valutare i contratti delle software house e dei cloud provider.
Sono certo che i contenziosi ora ci saranno sia per chi come Broadcom procede con la moltiplicazione dei prezzi cambiando le politiche commerciali come per la tecnologia VMware (e di alcuni casi giudiziari si inizia ad avere notizia) sia per chi continuerà a far stipulare contratti con clausole capestro. Sono spesso condizioni tiranniche imposte brutalmente al mercato”.
Un problema comune, sistemico e geopolitico
In questo senso, il caso SAP si affianca a quello di Broadcom e VMware come manifestazione di un problema comune: l’uso del lock-in tecnologico come leva di potere economico. “Quando un sistema è essenziale per il funzionamento dell’azienda e non è sostituibile in tempi e costi ragionevoli, il fornitore ha un vantaggio strutturale enorme”, osserva Faggioli.
Il fatto che l’attenzione dell’Antitrust europeo si sia concentrata proprio su un fornitore di ERP rafforza ulteriormente la portata del problema. Non si tratta di software marginali o facilmente sostituibili, ma di piattaforme su cui si regge l’operatività quotidiana di migliaia di imprese europee. “Qui non stiamo parlando di scegliere un’applicazione alternativa”, sottolinea Faggioli. “Stiamo parlando di riscrivere processi aziendali interi, con costi e tempi spesso incompatibili con la realtà delle imprese”.
“Se l’Europa interviene su queste pratiche, il messaggio non riguarda solo SAP”, afferma ancora Faggioli. “Riguarda l’intero modello di mercato basato su sistemi critici concessi in uso temporaneo, con condizioni economiche che possono cambiare unilateralmente”.
A livello geopolitico si apre poi un tema ad oggi non affrontato con la dovuta attenzione. Ma è accettabile, e sostenibile a tendere, che gli ERP siano in mano alle grandi potenze straniere, spesso nemmeno europee perlomeno a livello infrastrutturale?
Le Autorità settoriali non dovrebbero analizzare se esistono o meno rischi anche di natura geopolitica in un contesto di mercato di questo tipo?
Un problema industriale, non solo tecnologico
Il rischio, avverte Faggioli, è che questa trasformazione venga letta solo in chiave tecnologica. “Qui non stiamo parlando solo di IT”, afferma. “Stiamo parlando di governance industriale. Quando la strategia dei sistemi informativi viene di fatto dettata dai fornitori, il problema diventa strutturale”.
In questo scenario, la sovranità digitale perde il suo significato originario. “Se accettiamo che i sistemi critici non siano più nostri, ma concessi in uso temporaneo, che i prezzi possano potenzialmente aumentare senza reali limiti e che di fatto non ci sia alcuna reale autonomia italiana o europea, parlare di sovranità digitale diventa retorica”, osserva.
La regolazione come unica leva realistica
Secondo Faggioli, pensare che l’Europa possa colmare rapidamente il gap tecnologico è poco realistico. “Siamo troppo indietro”, afferma. “Non vedo una capacità concreta di recupero nel breve-medio periodo”.
Questo rende la regolazione l’unica leva realmente disponibile. “L’Europa ha una forte capacità normativa”, osserva. “E dovrebbe usarla per riequilibrare i rapporti di forza nei mercati digitali”.
Tra i temi che richiederebbero un intervento regolatorio, solo per fare alcuni esempi, ci sono la trasparenza dei listini, i limiti agli aumenti di prezzo, i limiti all’abbandono dei sistemi di offerta o alla cessazione della manutenzione sui sistemi, i vincoli al reimpacchettamento forzato dei servizi, il tema della esclusività che la proprietà intellettuale dà sulla manutenzione software e in ultimo, ma come primo tema, il diritto per i software vendor di “abbandonare” l’on-premise a favore dei servizi in cloud.
“Sono temi delicati” afferma “su cui servirebbe una riflessione estremamente approfondita e strategica. Mi auguro che ci sia la forza e la voglia di farla perché da qui a pochi anni l’approvvigionamento tecnologico potrebbe diventare insostenibile per molte imprese e pubbliche amministrazioni”.








