Per Apple, Vision Pro doveva rappresentare molto più di un nuovo prodotto. Presentato ufficialmente alla WWDC del 5 giugno 2023 e lanciato negli Stati Uniti il 2 febbraio 2024, il visore avrebbe dovuto dimostrare che, anche dopo l’iPhone, l’azienda era ancora capace di definire una nuova categoria tecnologica e di imporre un nuovo paradigma di interazione uomo-macchina. La scelta di un debutto inizialmente limitato al mercato americano, seguito nel corso del 2024 da un’espansione graduale in paesi come Cina, Giappone, Singapore e successivamente in alcune aree di Europa e Canada, rifletteva l’idea di un prodotto complesso, da accompagnare con cautela verso una diffusione più ampia.
A distanza di quasi due anni dalla presentazione, però, il dispositivo che avrebbe dovuto inaugurare l’era dello “spatial computing” si trova al centro di quella che molti osservatori definiscono ormai senza mezzi termini una crisi.

I segnali sono convergenti. Produzione drasticamente ridotta, marketing quasi azzerato, vendite inferiori alle attese più prudenti. Secondo le stime di IDC, nell’ultimo trimestre del 2025 Apple avrebbe venduto appena 45 mila unità di Vision Pro, un numero marginale se confrontato con i volumi a cui Cupertino è abituata. Il partner manifatturiero Luxshare avrebbe addirittura fermato la produzione già all’inizio del 2025, mentre la spesa pubblicitaria digitale sarebbe stata tagliata di oltre il 95% nei mercati chiave.

Numeri che mettono in luce un problema più ampio: la difficoltà, non solo per Apple a dire la verità, di trasformare la promessa dello spatial computing in un’esperienza sostenibile, desiderabile e quotidiana.

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Apple Vision Pro: un prodotto tecnicamente straordinario, ma isolato

Dal punto di vista tecnologico, il Vision Pro resta un oggetto più che interessante. Qualità dei display, tracciamento oculare, interazione naturale, integrazione hardware-software; tutto riflette ciò a cui Apple ha abituato i suoi utenti: cura quasi maniacale per il dettaglio e il controllo dell’esperienza. Eppure, proprio questa eccellenza ingegneristica ha contribuito a rendere il dispositivo un prodotto profondamente elitario.

Il prezzo di partenza — 3.499 dollari per la versione base — ha immediatamente confinato il Vision Pro a una nicchia di early adopter, sviluppatori e curiosi altospendenti. Ma il vero limite è emerso nell’uso quotidiano. Peso, comfort, autonomia ridotta, necessità di una batteria esterna: elementi che rendono difficile immaginare il visore come un dispositivo da indossare per ore, o da integrare in modo naturale nella vita di tutti i giorni.

Le recensioni hanno colto bene questa ambiguità. L’esperienza è spesso descritta come “magica”, ma solo per brevi sessioni. Superata la fase iniziale di stupore, emergono i compromessi fisici e cognitivi di un dispositivo che isola l’utente dall’ambiente e dalle persone che lo circondano. Non a caso, anche tra gli entusiasti, l’uso del Vision Pro è rimasto episodico e legato a scenari molto specifici.

Apple Vision Pro, il problema delle app e del circolo vizioso

A pesare in modo determinante è stato anche l’ecosistema software. Apple parla di circa 3.000 app disponibili per visionOS, un numero che, preso isolatamente, potrebbe sembrare significativo. Ma, per gli appassionati di numeri, il confronto con la storia dell’iPhone è impietoso: nel giro di un anno dal lancio dell’App Store, nel 2008, le applicazioni si contavano già a decine di migliaia.

Qui emerge un classico problema di piattaforma: senza una base utenti ampia, gli sviluppatori non investono; senza applicazioni rilevanti, gli utenti non arrivano. Un circolo vizioso che Apple, abituata a mercati di massa, si è trovata a fronteggiare in un contesto completamente diverso. Alcune applicazioni verticali — formazione di piloti, simulazioni mediche, progettazione, ambienti industriali — hanno trovato un loro giusto spazio, ma restano casi d’uso enterprise, non leve per una diffusione su larga scala.

La mancanza, al lancio, di app chiave come YouTube, Netflix o Spotify ha rafforzato l’idea di un ecosistema incompleto, più dimostrativo che realmente funzionale.

Spatial computing: una visione che fatica a realizzarsi

Il destino del Vision Pro è legato a doppio filo a quello dello spatial computing, un termine che Apple ha scelto con cura per prendere le distanze sia dalla “realtà virtuale” sia dal “metaverso”. L’idea di fondo è ambiziosa: superare lo schermo bidimensionale e fondere contenuti digitali e spazio fisico in un’unica esperienza continua.

Il problema è che, oggi, questa visione resta più convincente sul piano concettuale che su quello pratico. Richiede dispositivi ingombranti, costosi, energivori. Richiede nuovi linguaggi di interazione e nuovi modelli di produttività. E richiede, soprattutto, un cambiamento culturale nell’uso della tecnologia che non può essere imposto dall’alto.

Non è un caso che l’intero mercato dei visori stia attraversando una fase di contrazione. Secondo Counterpoint Research, nel 2025 il mercato globale dei visori VR è sceso del 14%. Anche Meta, che controlla circa l’80% del mercato con i Quest — molto più economici ma anche meno avanzati — ha ridimensionato le ambizioni sul metaverso, spostando investimenti e narrativa verso gli smart glasses e i wearable basati sull’intelligenza artificiale.

Il confronto con Meta (e con il passato)

In questi giorni, le cronache e le analisi americane stanno insistendo su questo punto: il paragone con Meta. L’azienda di Mark Zuckerberg ha scelto una strategia differente: dispositivi più semplici, meno costosi, meno “visionari”, ma più accessibili. E soprattutto ha puntato sugli smart glasses come forma di transizione: oggetti che non isolano l’utente, che si integrano con l’estetica quotidiana e che offrono funzionalità immediate, come la registrazione video o l’accesso all’AI conversazionale.

In questo senso, il successo dei Ray-Ban Meta evidenzia un punto chiave: prima ancora della potenza tecnologica, conta l’accettabilità sociale. Un tema che richiama inevitabilmente il precedente dei Google Glass, abbandonati non solo per i loro limiti tecnici, ma anche per il rifiuto culturale che li aveva accompagnati.

Il silenzioso cambio di passo di Apple

Anche Apple sembra aver preso atto di questi limiti. Le indiscrezioni parlano di un cambio di priorità: meno enfasi su un Vision Pro di seconda generazione ad alte prestazioni, più attenzione a un modello più economico e, soprattutto, a dispositivi indossabili potenziati dall’intelligenza artificiale. Non un abbandono dello spatial computing, ma un suo rinvio strategico.

È una mossa coerente con la storia dell’azienda. Apple raramente insiste su un prodotto che il mercato non è pronto ad assorbire. Piuttosto, preferisce aspettare che tecnologia, costi e abitudini convergano. Il Vision Pro potrebbe allora rimanere ciò che oggi appare sempre più chiaramente: un prodotto di transizione, un laboratorio avanzato, più che l’inizio di una nuova era.

Da Apple Vsion Pro una lezione per l’industria

Ridurre il Vision Pro a un semplice fallimento sarebbe però una lettura superficiale. Il dispositivo ha mostrato cosa è tecnicamente possibile, ha spinto in avanti l’intero settore e ha reso esplicite le contraddizioni dello spatial computing. Ha dimostrato che la visione, da sola, non basta. Serve un equilibrio delicato tra ergonomia, prezzo, utilità percepita e contesto sociale.

In questo senso, la crisi del Vision Pro non è solo una battuta d’arresto per Apple. È il segnale che lo spatial computing, almeno nella sua forma attuale, non è sicuramente pronto per diventare il “nuovo iPhone”. 

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Apple Vision Pro e il nodo irrisolto dello spatial computing: quando la visione arriva prima del mercato ultima modifica: 2026-01-14T16:21:43+01:00 da Miti Della Mura

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