Pubblicità su ChatGPT, partito il test negli Stati Uniti: la novità era stata anticipata ufficialmente sul sito stesso di OpenAI lo scorso 16 gennaio.
In una nota, la società delineava principi, obiettivi e perimetro del proprio approccio agli annunci pubblicitari nelle interfacce conversazionali, senza precisare quando la sperimentazione sarebbe partita, anticipando comunque che i test sarebbero stati imminenti, limitati agli Stati Uniti e circoscritti agli utenti dei piani gratuiti e a basso costo.
La novità è che da lunedì la fase sperimentale è entrata nel vivo: negli USA è iniziato il roll-out dei primi formati pubblicitari all’interno di ChatGPT, segnando un passaggio rilevante nell’evoluzione del modello economico della piattaforma e, più in generale, nell’emergere di nuove logiche di monetizzazione per l’AI generativa su larga scala.
Pubblicità su ChatGPT: chi vedrà gli annunci — e chi no
La sperimentazione riguarda, in questa prima fase, gli utenti statunitensi che utilizzano il piano Free o il nuovo abbonamento ChatGPT Go, introdotto a metà gennaio al costo di circa 8 dollari al mese. Restano invece completamente privi di pubblicità i livelli a pagamento più alti — Plus, Pro, Business, Enterprise ed Education — che continuano a basarsi su un modello subscription puro.
L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato sostenere i costi infrastrutturali e di sviluppo di modelli sempre più avanzati, dall’altro ampliare l’accesso alle funzionalità AI mantenendo soglie di utilizzo più elevate anche per chi non sottoscrive piani premium.
Pubblicità su ChatGPT: dove compaiono gli annunci e come sono fatti
Dal punto di vista dell’esperienza utente, OpenAI ha chiarito che gli annunci non sono integrati nelle risposte del modello, ma posizionati in modo separato — tipicamente in fondo ai contenuti generati — e sempre etichettati come “sponsorizzati”.
Si tratta quindi, almeno in questa fase iniziale, di formati assimilabili a banner contestuali, attivati solo quando un prodotto o servizio risulta pertinente rispetto alla conversazione in corso. L’azienda parla esplicitamente di una fase “test-and-learn”, in cui layout, frequenza e modalità di interazione saranno progressivamente affinati sulla base dei feedback degli utenti.
Un elemento interessante riguarda proprio la natura conversazionale del formato: in prospettiva, gli annunci potrebbero evolvere da semplice esposizione statica a oggetti interrogabili, su quali poter porre domande per approfondire caratteristiche, prezzi o opzioni d’acquisto.
Pubblicità su ChatGPT: privacy, dati e separazione dalle risposte
Uno dei nodi più sensibili — e prevedibilmente più dibattuti — riguarda il rapporto tra pubblicità, dati e neutralità delle risposte.
Su questo punto OpenAI ha fissato alcuni paletti netti:
- Le risposte di ChatGPT non sono influenzate dagli annunci.
- Le conversazioni non vengono condivise con gli inserzionisti.
- Gli advertiser ricevono solo dati aggregati (visualizzazioni, click, performance).
Gli utenti, inoltre, potranno gestire il livello di personalizzazione, visualizzare perché è stato mostrato un certo annuncio, cancellare la cronologia delle interazioni pubblicitarie o disattivare alcune opzioni, accettando in cambio limiti più stringenti sull’uso gratuito.
Restano esclusi dal perimetro pubblicitario i contesti sensibili o regolamentati — salute, salute mentale, politica — così come gli utenti minorenni.
Pubblicità su ChatGPT: un passaggio industriale (prima che pubblicitario)
Al di là del formato in sé, l’introduzione degli annunci segna un passaggio strutturale nella traiettoria industriale delle piattaforme AI.
Finora l’AI generativa si è retta su un mix di venture capital, abbonamenti e contratti enterprise. Ma l’esplosione dei costi computazionali — training, inferenza, data center — rende inevitabile la ricerca di modelli di ricavo più diversificati.
In questo quadro, la pubblicità dovrebbe essere uno strumento di sussidio all’accesso, con l’obiettivo di finanziare l’uso gratuito, abbassare la barriera economica d’ingresso e sostenere la scalabilità dei servizi.
Non a caso, OpenAI ha ribadito che il proprio obiettivo di lungo periodo resta costruire prodotti “sufficientemente preziosi da essere pagati”, mantenendo però un equilibrio tra subscription, enterprise e advertising.
“Our long-term goal remains to build products that millions of people and businesses find valuable enough to pay for”, scrive sul comunicato.
Prime reazioni e dinamiche competitive
Il debutto degli annunci non è avvenuto in un vuoto competitivo. Negli stessi giorni del roll-out, il tema è entrato anche nel linguaggio della comunicazione di settore: durante il Super Bowl, ad esempio, Anthropic — società che sviluppa l’assistente Claude — ha lanciato una serie di spot ironici che prendevano in giro l’idea di pubblicità integrate nelle conversazioni AI, chiudendo con il claim implicito che sulla propria piattaforma gli annunci “non arriveranno”.
Segnale di come la monetizzazione conversazionale stia diventando un terreno di posizionamento strategico, oltre che tecnologico.
Impatti per brand, retail media e discovery commerciale
L’ingresso della pubblicità in ChatGPT apre un nuovo fronte per il marketing digitale, destinato a ridisegnare le logiche di visibilità dei brand in ambienti conversazionali. A differenza dei canali tradizionali, l’esposizione pubblicitaria non avviene più in uno spazio di navigazione, ma dentro un contesto decisionale già attivo: l’utente non sta cercando “dove cliccare”, ma sta formulando una domanda, esplorando alternative, valutando opzioni. Questo sposta il baricentro dall’interruzione all’assistenza, rendendo gli annunci potenzialmente parte del processo di scelta.
Per il retail media — già in forte espansione su marketplace e piattaforme e-commerce — si apre quindi un’estensione naturale verso ambienti AI, dove product discovery, comparazione e raccomandazione convergono in un’unica interfaccia.
In prospettiva, i brand potrebbero non limitarsi a comprare visibilità, ma a rendere interrogabili prodotti e servizi: schede dinamiche, offerte contestuali, configurazioni guidate. Una trasformazione che avvicina la pubblicità al customer support e alla consulenza pre-vendita, più che al display advertising tradizionale.
Dalla search alla conversation: cosa cambia nel modello pubblicitario
Per capire quale potrebbe essere l’impatto di questa novità, forse il confronto più immediato potrebbe essere con il search advertising, che negli ultimi vent’anni ha rappresentato il principale motore di monetizzazione dell’economia digitale.
Nel search, l’annuncio intercetta una query esplicita e compete su keyword, ranking e bidding. La logica è quella dell’intenzione dichiarata: “cerco → trovo → clicco”.
Nel paradigma conversazionale, invece, l’intenzione è progressiva e dialogica. L’utente costruisce il bisogno mentre parla con l’AI: raffina requisiti, esplora scenari, chiede confronti. L’inserzione, in questo contesto, non risponde a una keyword ma a un contesto semantico molto più ricco.
Questo comporta almeno tre discontinuità strutturali:
La prima riguarda il timing: l’annuncio può emergere in qualsiasi fase della conversazione, non solo all’inizio del funnel.
La seconda è la profondità informativa: il formato può evolvere da link a oggetto conversabile, capace di rispondere a domande e sciogliere dubbi.
La terza è la misurazione: performance e attribuzione dovranno tenere conto di interazioni non lineari, distribuite su più turni dialogici.
E non è poco.








