Quando Papa Leone XIV venne eletto nel maggio 2025, molti osservatori notarono subito la continuità evocata dalla scelta del nome: Leone, come Papa Leone XIII, il Pontefice della Rerum Novarum, il documento che alla fine dell’Ottocento affrontò gli effetti della rivoluzione industriale sul lavoro, sulla società e sulla dignità delle persone.
Non era soltanto un richiamo simbolico. Centotrentacinque anni dopo, Leone XIV ha scelto volutamente la stessa data del 15 maggio per firmare Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. [Il testo si può leggere integralmente qui]
Per il nuovo Pontefice, infatti, l’intelligenza artificiale rappresenta una vera e propria res nova: la trasformazione epocale destinata a ridefinire lavoro, economia, relazioni sociali, accesso al potere e organizzazione della vita collettiva nel XXI secolo.
Per questo motivo il documento non si presenta come un semplice testo sull’etica tecnologica. Fin dalle prime pagine emerge l’ambizione di affrontare la rivoluzione algoritmica con lo stesso approccio con cui la Chiesa affrontò la rivoluzione industriale.

Leone XIV chiarisce subito che la tecnica “non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona”, ricordando però che ogni progresso tecnologico porta con sé anche strumenti “capaci di arrecare danno quando non orientati al bene”. 

È probabilmente questa la chiave più importante dell’intera Magnifica Humanitas. Leone XIV non considera l’intelligenza artificiale un semplice insieme di strumenti tecnologici, ma una trasformazione destinata a incidere in profondità sull’organizzazione della società e sulla stessa esperienza umana. Nel quarto paragrafo dell’enciclica il Papa osserva che digitalizzazione, IA e robotica stanno già “plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo”, aggiungendo che “mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa”. L’intelligenza artificiale viene così descritta come un ambiente che modifica il lavoro, l’accesso alle opportunità, la distribuzione del potere, la formazione del consenso e persino il modo in cui le persone percepiscono la realtà e costruiscono relazioni.

Interessante, su questo approccio, la riflessione proposta da Antonio Spadaro, Sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’EducazioneCome e pubblicata su Repubblica: “Leone agisce per l’intelligenza artificiale, ponendola come nuovo centro di gravità — una trasformazione che interpella dall’interno le categorie della dottrina sociale e ne esige un ripensamento. Non un’appendice: il capitolo che riscrive tutti gli altri.” 

L’enciclica Magnifica Himanitas: Babele, piattaforme e concentrazione del potere

L’immagine simbolica che attraversa tutta l’enciclica Magnifica Humanitas è quella della Torre di Babele. Fin dall’incipit Leone XIV mette il lettore davanti a una scelta precisa: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Più avanti, nel paragrafo 130, il Papa riprende esplicitamente il tema richiamando Sant’Agostino e le “due città”, contrapponendo una civiltà costruita sulla concentrazione del potere, sull’uniformità e sulla logica del dominio tecnico a un modello fondato invece sulla corresponsabilità, sulla relazione e sulla costruzione comunitaria. 
Babele diventa così la metafora di un sistema che rischia di ridurre l’essere umano a dato, prestazione e funzione del sistema, mentre Gerusalemme rappresenta una tecnologia orientata al bene comune e alla dignità della persona.

Ma il vero punto dell’enciclica, come sottolinea ancora Spadaro, non è scegliere tra tecnologia sì e tecnologia no:
“La scelta non è tra tecnologia sì e tecnologia no, ma tra due logiche di potere: concentrarlo o distribuirlo, omologare o comporre.” 

Il riferimento implicito alle grandi piattaforme digitali emerge in più punti dell’enciclica. Leone XIV insiste sul fatto che conoscenze, dati, algoritmi e infrastrutture tecnologiche non possano restare “concentrati nelle mani di pochi”, alimentando il divario tra inclusi ed esclusi dalla rivoluzione digitale. Nel capitolo dedicato ai principi della Dottrina sociale della Chiesa, il Papa richiama il tema della destinazione universale dei beni applicandolo anche al mondo digitale, mentre più avanti denuncia apertamente l’esistenza di nuove “asimmetrie epistemiche, economiche e politiche” generate dalla concentrazione del potere tecnologico. L’intelligenza artificiale viene così letta non soltanto come innovazione tecnica, ma come infrastruttura capace di ridefinire accesso alle opportunità, relazioni sociali, formazione del consenso e sovranità decisionale.

È proprio su questo punto che insiste anche Paolo Benanti, francescano, teologo, docente di Etica delle tecnologie alla Luiss Guido Carli University, , secondo cui leggere Magnifica Humanitas come un semplice documento religioso sarebbe “un errore di categoria”. Per Benanti, infatti, l’enciclica affronta direttamente il tema dell’“algocrazia”, cioè del potere esercitato dagli algoritmi e dai sistemi computazionali, entrando nel cuore delle questioni che oggi riguardano governance tecnologica, piattaforme digitali e concentrazione del potere.
Il Papa, osserva Benanti, riconosce apertamente che oggi i principali motori dell’innovazione tecnologica sono attori privati transnazionali dotati di risorse e capacità di influenza superiori a quelle di molti governi. 

L’enciclica Magnifica Humanits: non serve un’IA più morale se la morale è decisa da pochi

Uno dei passaggi più forti dell’enciclica Magnifica Humanitas riguarda proprio il tema della governance.

Leone XIV insiste sulla necessità di accountability, vigilanza indipendente, trasparenza e quadri normativi condivisi. 

Nel testo si legge: “Perché l’IA rispetti la dignità umana e serva davvero il bene comune, è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi: da chi progetta e addestra i sistemi fino a chi li utilizza e a chi decide di affidare ad essi le scelte concrete. In molti casi, tuttavia, i processi interni che conducono a un risultato possono essere poco trasparenti, e ciò rende più difficile attribuire responsabilità e correggere gli errori. È qui che diventa decisivo ciò che chiamiamo accountability: la possibilità di identificare chi deve “rendere conto” delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano”.
Da qui la riflessione si allarga al tema della concentrazione del potere tecnologico. Nel paragrafo 109 Leone XIV mette esplicitamente in guardia dal rischio che l’intelligenza artificiale diventi “strumento attraverso cui pochi soggetti concentrano nelle proprie mani un potere sproporzionato sulla vita delle persone, sull’accesso alle informazioni, sull’organizzazione sociale ed economica e persino sulla formazione delle coscienze”. È un passaggio importante perché sposta il dibattito sull’AI dal piano puramente tecnico a quello politico. Il problema, secondo il Papa, non riguarda soltanto lo sviluppo di sistemi più sicuri o più “allineati”, ma il fatto che parametri etici, priorità, regole e modelli culturali incorporati negli algoritmi rischino di essere definiti da un numero ristretto di attori privati globali.

E su questo punto, secondo Spadaro, l’enciclica estende il principio della destinazione universale dei beni anche al mondo digitale: non soltanto terra e ricchezza materiale, ma anche dati, algoritmi, piattaforme, brevetti e infrastrutture computazionali diventano elementi che hanno una rilevanza sociale e politica e che non possono essere lasciati interamente alla logica della concentrazione del potere.

L’enciclica Magnifica Humanitas: il paradigma tecnocratico e la misura dell’umano

Uno dei temi più profondi dell’enciclica riguarda la critica al paradigma tecnocratico, già affrontato da Papa Francesco nella Laudato si’ ma qui ulteriormente radicalizzato. Nel capitolo dedicato a “Tecnica e dominio”, Leone XIV mette infatti in guardia da una visione della realtà interpretata esclusivamente attraverso criteri di efficienza, funzionalità e controllo. Il rischio, secondo il Papa, è che logiche nate per ottimizzare sistemi e processi finiscano per diventare il parametro dominante con cui misurare anche gli esseri umani, riducendo dignità, relazioni, fragilità ed esperienza personale a elementi secondari rispetto alla performance e alla capacità di calcolo.

Paolo Benanti riassume questo concetto con una formula molto efficace: “Le macchine sono diventate il modello con cui misuriamo gli esseri umani”. È probabilmente uno dei nuclei più profondi dell’intera enciclica. 
Leone XIV insiste infatti sul rischio che tutto ciò che non può essere tradotto in dato, calcolo o prestazione finisca progressivamente ai margini dello spazio pubblico e dei sistemi decisionali: dignità, coscienza, relazioni, fragilità, empatia e vulnerabilità diventano elementi difficilmente leggibili da piattaforme progettate per classificare, prevedere e ottimizzare. 
Quando gli esseri umani vengono interpretati attraverso la stessa logica con cui si valutano gli algoritmi, suggerisce il Papa, la persona rischia inevitabilmente di essere ridotta a performance, efficienza e capacità di calcolo.

È qui che emerge la dimensione più antropologica del documento.
E anche Spadaro sottolinea come il vero nodo non sia tecnico ma culturale:

“Il paradigma tecnocratico non è solo un errore di governance: è una deformazione dell’immaginario, la sostituzione silenziosa della sapienza con l’efficienza, della relazione con la prestazione, del giudizio con il calcolo.” 

Disarmare l’AI: il messaggio geopolitico dell’enciclica Magnifica Humanitas

Uno dei concetti più originali introdotti da Leone XIV è quello di “disarmare l’IA”. L’espressione richiama direttamente uno dei temi più ricorrenti del suo pontificato, quello della “pace disarmata e disarmante”, evocata più volte nei suoi interventi pubblici degli ultimi mesi. Anche nell’enciclica il Papa utilizza il verbo “disarmare” in un senso molto più ampio rispetto al solo ambito militare. L’obiettivo non è soltanto limitare lo sviluppo delle armi autonome, ma sottrarre l’intelligenza artificiale alla logica permanente della competizione, del dominio e della concentrazione del potere. Leone XIV critica infatti un modello tecnologico alimentato dalla corsa alla supremazia economica, cognitiva e geopolitica, in cui la potenza computazionale rischia di trasformarsi automaticamente in capacità di controllo politico, sociale e culturale. “Disarmare l’IA” significa allora interrompere l’equivalenza tra superiorità tecnica e diritto di governare, riportando la tecnologia dentro una logica di responsabilità condivisa, cooperazione e bene comune.

Il tema ritorna con forza anche nel quinto capitolo dell’enciclica, dedicato alla guerra, al riarmo e ai sistemi d’arma basati sull’intelligenza artificiale. Qui Leone XIV sviluppa ulteriormente l’idea di “disarmare l’IA”, collegandola alla sua insistenza, ripetuta più volte nei mesi scorsi, sulla necessità di una “pace disarmata e disarmante”. Il Papa mette infatti in guardia dal rischio che la rivoluzione digitale renda il conflitto sempre più automatico, impersonale e moralmente distante da chi lo combatte.

“Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”, scrive Leone XIV, criticando apertamente l’idea che sistemi artificiali possano sostituire il giudizio umano nelle decisioni letali. L’enciclica respinge infatti la teoria degli “agenti morali artificiali”, cioè l’ipotesi che una macchina possa distinguere il bene dal male meglio di una persona grazie a maggiore coerenza o capacità di calcolo. Per il Papa, il giudizio morale non è riducibile a un algoritmo perché implica coscienza, responsabilità personale e riconoscimento dell’altro come essere umano.

Il rischio, secondo Leone XIV, è che l’automazione della violenza finisca per abbassare la soglia morale del conflitto, trasformando le vittime in dati e la guerra in una semplice “previsione operativa”. In questo scenario, la tecnologia non elimina la disumanità della guerra, ma rischia anzi di renderla più rapida, distante e normalizzata, alimentando l’idea che la violenza sia inevitabile e debba soltanto essere ottimizzata. Per questo l’enciclica insiste sulla necessità di introdurre limiti etici, responsabilità umana e giudizio prudenziale nello sviluppo dei sistemi di AI, evitando che la delega tecnologica finisca per sostituire la coscienza morale.

L’enciclica Magnifica Humanitas: le nuove schiavitù dell’economia digitale

Uno dei passaggi più duri dell’enciclica riguarda il lavoro e la dimensione materiale dell’intelligenza artificiale. Leone XIV descrive una trasformazione digitale che rischia di produrre nuove forme di esclusione, sorveglianza e sfruttamento, parlando apertamente di lavoro dequalificato, automazione orientata soltanto alla riduzione dei costi e sistemi capaci di relegare le persone a funzioni marginali. Nel capitolo dedicato al lavoro, il Papa mette in guardia anche dalla sorveglianza automatizzata dei lavoratori e dal rischio che la tecnologia venga utilizzata per aumentare disuguaglianze e precarietà invece che per migliorare la vita delle persone.
Per questo, contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive. La necessità di stare al passo con il ritmo della tecnologia può erodere il senso della propria capacità di agire da parte dei lavoratori e soffocare le capacità innovative che questi sono chiamati a profondere nel loro lavoro. Proprio per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione”.

Ma il testo va oltre il tema dell’occupazione. Leone XIV richiama infatti il peso fisico delle infrastrutture digitali, il consumo di energia e acqua richiesto dai data center, le filiere produttive nascoste dietro i sistemi algoritmici e le nuove forme di sfruttamento legate all’estrazione delle terre rare necessarie alla tecnologia. L’enciclica parla esplicitamente di “nuove schiavitù” e di un nuovo “colonialismo” fondato sul controllo dei dati e delle informazioni strategiche, ricordando che dietro ogni piattaforma e ogni modello AI esistono lavoro invisibile, risorse estrattive e rapporti di potere molto concreti.
Una parte significativa del funzionamento dell’economia digitale si regge sul lavoro silenzioso di milioni di esseri umani, impiegati in attività poco visibili ma essenziali: etichettatura dei dati, moderazione dei contenuti – spesso pessimi –, addestramento dei modelli. In molti casi si tratta di giovani, per lo piùdonne, che lavorano duramente per compensi minimi. A questa fatica invisibile si aggiunge quella, ancora più brutale, dell’estrazione delle risorse necessarie alla produzione dei dispositivi e dei microprocessori su cui poggia l’IA. In alcune regioni del mondo, adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa. Inoltre, reti criminali si servono di piattaforme di rete, sistemi di messaggistica, pagamenti anonimi e tecniche di profilazione per reclutare, controllare e spostare vittime di tratta, molte volte minori, trasformando uomini e donne in “dati” da tracciare e “pacchi” da trasferire entro gli stessi circuiti digitali che sostengono gran parte dell’economia globale. Questa realtà interpella profondamente la coscienza morale del nostro tempo. Non basta invocare l’efficienza, né celebrare i benefici dell’innovazione, se essi sono costruiti su una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona”.

È un aspetto che Paolo Benanti sottolinea con forza quando osserva che l’enciclica “smonta l’ideologia dell’immaterialità digitale”. Ed è probabilmente uno dei punti più interessanti del documento per il settore tech: la volontà di mostrare come dietro l’intelligenza artificiale esistano sempre infrastrutture fisiche, consumo energetico, supply chain globali, lavoro umano e rapporti di potere molto concreti. L’AI, nella lettura di Leone XIV, non è dunque un ecosistema astratto fatto soltanto di software e modelli, ma una realtà materiale che produce conseguenze economiche, ambientali e sociali lungo tutta la filiera tecnologica.

L’enciclica Magnifica Humanitas: contro il transumanesimo e la cultura dell’ottimizzazione

L’enciclica dedica ampio spazio anche alla critica del transumanesimo e del postumanesimo, cioè di quelle visioni che interpretano il progresso tecnologico come un processo di superamento dei limiti umani. Leone XIV mette in discussione un’idea di sviluppo fondata sull’ottimizzazione continua dell’essere umano, sulla cancellazione della fragilità e sulla convinzione che vulnerabilità, lentezza ed errore siano semplicemente difetti da correggere tecnicamente. Al contrario, il Papa rivendica il valore antropologico del limite, scrivendo che “l’essere umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. In questa prospettiva, fragilità, dipendenza reciproca e imperfezione non rappresentano ostacoli da eliminare, ma dimensioni essenziali dell’esperienza umana, perché è proprio attraverso il limite che si sviluppano relazione, cura, responsabilità e apertura all’altro.

L’enciclica Magnifica Humanitas: verità, disinformazione e “architettura della visibilità”

Nel quarto capitolo dell’enciclica Leone XIV affronta anche il tema della comunicazione digitale e della crisi della verità nell’ecosistema delle piattaforme online. 
Un ulteriore rischio, meno visibile ma non meno grave, è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce – spostamenti, acquisti, relazioni, preferenze – si crea un potere nuovo: quello diprofilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza. Se questi dati vengono usati per prendere decisioni che incidono su opportunità concrete (accesso al credito, selezione del personale, servizi) si rischia di ledere la libertà e discriminare i più vulnerabili. Inoltre, il controllo non passa solo da divieti espliciti, ma dall’architettura della visibilità: ciò che viene amplificato o reso invisibile, ciò che è premiato o penalizzato, finisce per modellare opinioni e scelte, generando conformismo e autocensura”.

Il Papa parla di una necessaria “ecologia della comunicazione”, mettendo in guardia dal rischio che il web e i social media si trasformino in strumenti di omologazione, manipolazione e dominio culturale invece che in spazi di confronto e crescita del pensiero critico. In questo contesto critica quella che definisce “architettura della visibilità”, cioè sistemi progettati per catturare attenzione, amplificare contenuti polarizzanti e orientare le opinioni attraverso logiche algoritmiche spesso opache.

Per Leone XIV la crisi non riguarda soltanto la disinformazione, ma il modo stesso in cui gli ambienti digitali stanno modificando il rapporto con la verità e con la formazione del giudizio. Per questo l’enciclica insiste sulla necessità di maggiore trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, tutela dei dati personali, giornalismo fondato sulla verifica delle fonti ed educazione al pensiero critico, soprattutto per le nuove generazioni.

Interessante come nella sua riflessione Paolo Benanti colleghi questi passaggi alle riflessioni di Hannah Arendt e Byung-Chul Han sulla dissoluzione del confine tra vero e falso nelle società digitali contemporanee. 

Secondo il teologo, l’enciclica coglie il rischio di una società in cui la manipolazione algoritmica della percezione rende possibile una nuova forma di autoritarismo senza bisogno di coercizione esplicita.

L’enciclica Divina Humanitas: una Dottrina sociale dell’era algoritmica

Se volessimo cercare di riassumere i tanti spunti che la lettura del testo di Leone XIV offre, potremmo dire che Magnifica Humanitas sia una riflessione molto articolata sul rapporto tra potere, intelligenza artificiale, lavoro, democrazia e dignità umana nell’epoca delle piattaforme digitali. 

La domanda centrale dell’enciclica riguarda ciò che accade all’umano dentro società sempre più organizzate da algoritmi, piattaforme e sistemi di ottimizzazione. Per questo Leone XIV insiste sul fatto che “di fronte all’IA la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire il progresso: a servizio della persona e dei popoli o delle logiche di potere”.

Ed è questa l’ambizione più grande del documento: costruire una vera Dottrina sociale dell’era algoritmica, capace di parlare non soltanto alla Chiesa, ma anche a governi, piattaforme tecnologiche, sviluppatori, investitori e aziende che oggi contribuiscono a modellare l’infrastruttura digitale globale.

LEGGI ANCHE: Papa Leone XIV e la sfida dell’intelligenza artificiale: la Chiesa nella nuova questione sociale

Leone XIV e la res nova dell’intelligenza artificiale: perché Magnifica Humanitas parla direttamente a Big Tech, algoritmi e potere digitale ultima modifica: 2026-05-26T14:27:02+02:00 da Miti Della Mura

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