Midnight in the War Room: dentro la guerra cyber con Semperis (che per altro ha da poco rilanciato in Italia con Computer Gross).
Da WannaCry a SolarWinds, passando per Colonial Pipeline: a Parigi abbiamo visto Midnight in the War Room, il documentario prodotto da Semperis Studios.
Un viaggio nella progressione degli attacchi che hanno cambiato la cybersecurity e soprattutto nelle storie delle persone chiamate a difenderci. A margine della proiezione abbiamo incontrato Sarah Simpson, producer del film. La sensazione finale? Una grande fretta. Quella di costruire le competenze che serviranno per affrontare quello che sta arrivando.
Un film, un documentario, un lungometraggio coraggioso, diretto, utile.
Dopo aver visto a Parigi Midnight in the War Room, il documentario prodotto da Semperis Studios dedicato alla guerra cyber, resta una sensazione di fretta.
Non paura, almeno non soltanto. Piuttosto l’urgenza di capire, prepararsi, trovare persone capaci di leggere quello che sta succedendo e costruire quelle competenze che oggi rappresentano probabilmente una delle difese più importanti per aziende, istituzioni e infrastrutture critiche.
Per chi, come noi, racconta da anni questo mercato c’è poi un’emozione particolare.
Dentro Midnight in the War Room scorrono storie che abbiamo seguito mentre stavano accadendo. WannaCry. SolarWinds. Colonial Pipeline. Nomi diventati quasi familiari nel vocabolario della cybersecurity e che, presi singolarmente, abbiamo raccontato come incidenti, emergenze, momenti destinati a cambiare per sempre il modo di intendere la sicurezza informatica.
Vederli ricostruiti uno dopo l’altro fa però un effetto completamente diverso.
Perché smettono di sembrare episodi separati e diventano tappe della stessa progressione. Un filo rosso sempre più teso e, francamente, spaventoso.
Midnight in the War Room, quando gli attacchi diventano una storia sola
È probabilmente uno degli aspetti più riusciti di Midnight in the War Room: non limitarsi a ricostruire cosa sia successo, ma mettere gli eventi in sequenza e mostrare quanto velocemente sia cambiata la natura stessa della minaccia cyber.
Il documentario attraversa alcuni dei più importanti attacchi degli ultimi dieci-quindici anni attraverso le testimonianze di chi quella storia l’ha vissuta, studiata, raccontata o combattuta.
Semperis ha raccolto per il progetto oltre 50 testimonianze tra esperti di cybersecurity, responsabili della sicurezza, esponenti del mondo dell’intelligence e della national security, giornalisti ed ex hacker. Tra loro figure come Chris Inglis, primo National Cyber Director degli Stati Uniti, l’ex direttrice della CISA Jen Easterly, il giornalista cyber della BBC Joe Tidy, l’ex direttore della CIA David Petraeus e Marcus Hutchins, il ricercatore che contribuì a fermare WannaCry.
Punti di osservazione molto diversi che finiscono per convergere su una questione fondamentale: la cybersecurity non è più confinabile dentro il perimetro dell’IT.
La sua evoluzione da problema prevalentemente tecnico a questione aziendale, sociale e geopolitica è uno dei cardini del documentario.
WannaCry nel 2017 dimostrò quanto rapidamente un attacco potesse propagarsi su scala globale, arrivando a colpire anche organizzazioni e servizi essenziali. SolarWinds mostrò quanto profonda potesse diventare una compromissione attraverso la supply chain. L’attacco a Colonial Pipeline rese ancora più evidente il passaggio successivo: un evento nato nel mondo digitale capace di produrre conseguenze immediate nel mondo fisico.
Messe una accanto all’altra, queste storie raccontano qualcosa di più della semplice crescita della sofisticazione degli attacchi.
Raccontano che il confine tra digitale e reale praticamente non esiste più.
Midnight in the War Room, Sarah Simpson: «Siamo già dentro una guerra cyber»
È proprio questa progressione uno dei temi di cui abbiamo parlato con Sarah Simpson, una dei producer di Midnight in the War Room, incontrata a Parigi subito dopo la proiezione per una video intervista esclusiva.
La sua definizione del film è netta.
«Midnight in the War Room è una chiamata all’azione. Molti degli esperti che abbiamo intervistato ci hanno detto che siamo già dentro una guerra cyber, o comunque molto vicini a esserlo», ci racconta.
Una frase che, dopo aver visto scorrere sullo schermo quindici anni di incidenti, attacchi e crisi, assume un peso particolare.
Perché il punto non è stabilire se utilizzare o meno l’espressione “guerra cyber”. Il punto è osservare la velocità con cui stanno cambiando gli obiettivi, gli attori coinvolti e soprattutto le possibili conseguenze di un attacco.
Quando la superficie digitale comprende ospedali, reti energetiche, trasporti, sistemi industriali, identità, supply chain e servizi essenziali, la compromissione di un sistema informatico può rapidamente trasformarsi in qualcosa di molto più grande.
Il digitale diventa fisico.
E la cybersecurity diventa inevitabilmente anche una questione di resilienza economica, sociale e nazionale.
Midnight in the War Room, dietro la war room ci sono persone
C’è però un secondo filo narrativo che rende Midnight in the War Room particolarmente interessante.
Sono le persone. La tecnologia c’è, naturalmente. Ci sono malware, vulnerabilità, ransomware, infrastrutture critiche, Stati nazionali e gruppi criminali. Ma il film decide spesso di spostare la telecamera dall’attacco a chi deve fermarlo.
Ed è qui che emergono pressione, responsabilità, stanchezza, burnout e costo umano della difesa cyber.
Simpson ci spiega che proprio questo era uno degli obiettivi principali del progetto.
«Vogliamo dare voce ai difensori che lavorano 24 ore su 24, giorno dopo giorno, durante i weekend e le festività. Persone che molto spesso non ricevono alcun riconoscimento per quello che fanno, a meno che non commettano un errore. Con questo film vogliamo dare loro la possibilità di raccontare le proprie esperienze e, idealmente, iniziare una conversazione».
È una riflessione potente perché porta alla luce uno dei grandi paradossi della cybersecurity.
Quando un difensore fa perfettamente il proprio lavoro, spesso non succede nulla.
Non c’è un’azienda bloccata. Non ci sono sistemi da spegnere. Non c’è un ransomware sulle prime pagine dei giornali. Non c’è una crisi da raccontare. E quindi, molto spesso, non c’è neppure una notizia.
Ci accorgiamo di queste persone soprattutto quando qualcosa va storto. Molto meno quando un attacco viene individuato, contenuto e fermato prima che possa trasformarsi in un’emergenza.
Computer Gross sigla un accordo con Semperis per la sicurezza delle identità digitali
Il costo umano della cybersecurity
La scelta di raccontare i difensori permette al documentario di affrontare anche un aspetto di cui nel settore si parla ancora troppo poco: cosa significa davvero trovarsi dentro una war room quando qualcosa sta accadendo.
Le informazioni sono incomplete. Il tempo manca. Bisogna capire cosa sia stato compromesso, decidere cosa isolare, cosa spegnere, cosa mantenere operativo, come comunicare all’interno e all’esterno dell’organizzazione e come iniziare il recupero.
E bisogna farlo mentre l’attacco è ancora in corso.
Dietro quelle decisioni non ci sono dashboard ci sono appunto persone.
Persone chiamate a scegliere quando il tempo si misura in minuti e una decisione sbagliata può avere conseguenze enormi.
È anche per questo che Midnight in the War Room allarga continuamente il campo. «Entriamo nei più importanti attacchi degli ultimi dieci-quindici anni, raccontiamo il costo umano, incontriamo anche ex hacker che sono stati arrestati o hanno scontato pene detentive, parliamo degli Stati nazionali e delle minacce alle infrastrutture critiche. È un viaggio molto intenso dentro lo stato attuale della cybersecurity», ci racconta ancora Simpson.
Dalla cyber security alla cyber resilience
C’è poi una domanda che attraversa implicitamente tutto il documentario.
Cosa succede quando l’attaccante riesce a entrare?
Per anni una parte importante della narrazione sulla cybersecurity si è concentrata sulla capacità di impedire l’accesso. Costruire muri più alti, individuare le vulnerabilità, bloccare gli attacchi.
Tutto fondamentale. Ma non più sufficiente.
Gli incidenti raccontati in Midnight in the War Room mostrano che bisogna prepararsi anche al momento in cui la prima linea di difesa viene superata.
Quanto velocemente siamo in grado di accorgercene? Quanto sappiamo contenere un attacco? Quanto sono preparate le persone? I processi costruiti sulla carta funzionano davvero sotto pressione? Siamo capaci di recuperare sistemi, dati e identità abbastanza velocemente da mantenere operativo il business?
È il passaggio dalla sola prevenzione alla cyber resilience.
Un terreno naturalmente vicino a Semperis, azienda specializzata nella resilienza e nella protezione dei sistemi di identità, ma che nel documentario viene affrontato in una prospettiva molto più ampia. Il punto non è il prodotto.
È la capacità di un’organizzazione di continuare a funzionare quando qualcosa inevitabilmente va storto.
La vera emergenza sono le competenze
Ed eccoci alla sensazione con cui siamo usciti dalla sala. La fretta.
Perché davanti a una progressione del genere la risposta non può essere semplicemente comprare altra tecnologia.
Servono strumenti migliori, certamente. Servono automazione, intelligence, detection, capacità di risposta e recovery. L’intelligenza artificiale stessa sta aprendo possibilità enormi sia per chi difende sia, inevitabilmente, per chi attacca.
Ma servono soprattutto persone capaci di capire cosa sta accadendo e decidere cosa fare quando lo scenario previsto sulla carta improvvisamente non esiste più.
Ed è qui che Midnight in the War Room intercetta uno dei problemi più urgenti della cybersecurity contemporanea: la corsa alle competenze.
La velocità con cui evolvono gli attacchi non coincide necessariamente con quella con cui riusciamo a formare chi dovrà contrastarli.
Da qui nasce quella che definirei quasi un’ansia positiva.
La necessità di cercare competenze. Costruirle. Trattenerle. Farle crescere. Mettere le persone nelle condizioni di lavorare e soprattutto riconoscere il valore di chi già oggi opera dietro le quinte per mantenere in piedi infrastrutture e organizzazioni che spesso si accorgono della cybersecurity soltanto quando qualcosa smette di funzionare.
Midnight in the War Room, il filo rosso che fa paura
Alla fine della proiezione restano le immagini, le testimonianze e soprattutto quella successione di eventi.
WannaCry. SolarWinds. Colonial Pipeline.
Storie clamorose che abbiamo raccontato mentre accadevano e che, viste oggi una accanto all’altra, sembrano improvvisamente capitoli dello stesso libro. È forse questo l’effetto più potente di Midnight in the War Room. Costringerci a smettere di guardare ogni grande attacco come un evento isolato e cominciare a osservare la traiettoria in continua e vorticosa progressione.
La fretta dunque, la fretta e l’urgenza di prepararci a qualcosa che, a giudicare dalle storie raccontate in Midnight in the War Room sta già capitando, esattamente in questo momento.







