Cosa è il cloud ibrido? Cosa si intende esattamente quando si parla di ambienti “ibridi”? E perché è una delle infrastrutture It che piace di più alle aziende? Partiamo con il dare un definizione precisa. Ripercorrendo la storia della creazione – ovviamente degli ambienti di distribuzione delle architetture It aziendali – in principio fu l’on premise, poi il cloud privato, il cloud pubblico, quello ibrido e, infine, il multicloud.

Se un’azienda che opta per il cloud pubblico decide di affidare tutte le risorse di elaborazione e di archiviazione a un unico hyperscaler, una che punta al cloud ibrido non abbandona (completamente) la strada vecchia per la nuova.

Il compromesso tra sicurezza ed efficienza

Ci si affida a un cloud ibrido quando si vuole mantenere la propria infrastruttura bilanciata tra cloud privato – in un certo senso un on premise diventato grande – e cloud pubblico. Ovvero, quando si distribuiscono in maniera trasparente tra i due ambienti carichi di lavoro e dati. Il singolo workload viene indirizzato verso il pubblico o il privato a seconda di quale dei due sia l’ambiente più sicuro ed efficace per una certa attività.

Si tratta di un’ottima soluzione di compromesso per le aziende che non se la sentono di affidare i propri dati totalmente a un cloud pubblico. E sembra che il mercato apprezzi. Secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, infatti, nel 2020 in Italia il comparto Public & Hybrid Cloud è cresciuto del 30% toccando i 2 miliardi di euro di valore su un totale complessivo di mercato di 3,34 miliardi di euro.

Mattia Ballerio, solution architect e business developer del Gruppo Elmec, illustra il perché oggi il ricorso al cloud ibrido sia la scelta migliore. “Ogni tipologia di dati ha la sua giusta collocazione. Ci sono quelli che possono risiedere nel cloud pubblico e quelli che, invece, devono collocarsi nel cloud privato. Il loro posizionamento dipende anche dalla tipologia delle applicazioni che li genera ma soprattutto da come l’azienda voglia sfruttare quel dato. Per trasformarlo in informazione di business, infatti, il dato deve essere elaborato. E l’elaborazione applicativa ha diversi scopi a seconda che operi su cloud pubblico o privato”.

Scopri i benefici di un progetto su cloud ibrido e l’approccio del Gruppo Elmec dalla viva voce di Mattia, in questa intervista per Sergente Lorusso.

 

Quando scegliere un cloud ibrido

Un cloud ibrido è generalmente composto da due cloud. In teoria potrebbero essere due cloud privati o due pubblici, ma il più delle volte si sceglie una combinazione tra i due. Il risultato è un ambiente unico e intercambiabile che può essere composto da una struttura on premise e/o un cloud privato oltre a un cloud pubblico.

Semplificando, possiamo affermare che è opportuno scegliere il cloud ibrido in questi casi:
– Per una gestione più controllata ed equilibrata delle risorse e dei dati distribuiti originariamente su cloud pubblico
– In caso di una prima migrazione da una struttura on premise così da renderla meno “traumatica”
– Quando l’IT aziendale viene erogato in modalità PaaS (Platform as-a-service) o IaaS (Infrastructure as-a-service) in cui l’utilizzo delle risorse computazionali non influisce sulla sicurezza dei dati.

Il cloud ibrido, così, è l’ideale per ottenere sia una certa flessibilità dell’infrastruttura It che una migliore protezione dei dati per soddisfare pienamente la compliance. Le risorse si archiviano al sicuro su un cloud privato o su un data center on premise, e, allo stesso tempo, i workload godono di ambienti performanti, flessibili e scalabili.

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I vantaggi di un cloud ibrido

I vantaggi di un cloud ibrido possono essere illustrati sinteticamente così:

Flessibilità. O, se vogliamo, libertà di scegliere il singolo ambiente più adatto ad applicazioni e dati con la certezza dell’intercomunicabilità.
Costi ridotti. Affidarsi a un’unica struttura privata come l’on premise richiede un investimento notevole in tempo e risorse per la sua gestione diretta. In un cloud ibrido, attività come la manutenzione all’aggiornamento sono a carico del cloud service provider che è totalmente responsabile della gestione del servizio a fronte di un pagamento fisso prestabilito.
Scalabilità. Inserire un ambiente cloud pubblico in un’architettura It permette di avere a disposizione più risorse applicative, sempre aggiornate e performanti. Inoltre, è garantita la massima agilità e l’immediata scalabilità di tutta l’infrastruttura (elaborazione, archiviazione, banda passante) in caso di incremento dei workload.
Compliance. Le aziende che, per soddisfare la normativa, richiedono una garanzia su dove siano allocati i propri dati trovano nel cloud ibrido la risposta più giusta. Collocandoli in un data center privato o in una struttura on premise, abbiamo la certezza della loro geolocalizzazione.

La struttura tipo, la gestione e i rischi

Riassumendo, una infrastruttura di cloud ibrido si compone di un ambiente pubblico di elaborazione e di storage (come per esempio Amazon Web Services, Microsoft Azure), uno on premise e/o un data center privato e un’architettura di rete (una WAN) che permetta l’interscambio sicuro dei dati tra di loro.

Da segnalare, inoltre, che la migrazione a un ambiente ibrido prevede due approcci. Il cloud può essere l’hub della sola componente applicativa mentre la struttura privata è demandata all’archiviazione di tutti i dati, fungendo da repository per attività di backup, di disaster recovery o di business continuity. Oppure, si può optare per un’architettura fluida e trasparente, in cui applicazioni e dati sono disponibili senza soluzione di continuità. In questo caso, la componente privata è un’estensione di quella pubblica.

L’interazione tra le componenti avviene attraverso strumenti di virtualizzazione, di orchestrazione, di gestione unificata delle risorse e di containerizzazione delle applicazioni. Infine, oltre che per il disaster recovery, un cloud ibrido risulta utile nelle attività di test e sviluppo delle applicazioni, rilasciabili per workload circoscritti.

C’è da ricordare che anche un cloud ibrido introduce delle complessità, come problemi di compatibilità e nella gestione degli accessi. E possono mancare le competenze e la struttura per la gestione della componente privata. Per questo, è consigliabile affidarsi a un cloud service provider che disegnerà l’architettura e preparerà un’offerta comprensiva della gestione a fronte di una fee fissa.

L’importanza della gestione dello storage nel cloud ibrido

Assume particolare rilevanza la gestione dello storage negli ambienti cloud ibridi. Come abbiamo detto, nel cloud ibrido l’azienda cliente sa con certezza dove risiedono i propri dati. E i dati sono tutto per un’azienda, saperli localizzati è già confortante, ma non basta. Una buona architettura ibrida deve offrire alcune garanzie per il repository dei dati:

Performances. Il cloud provider si assicurerà che l’on premise non abbia bisogno di un aggiornamento dell’hardware o che non sia più opportuno indirizzarsi verso un data center moderno con hardware storage di ultima generazione. L’accesso veloce al dato è una caratteristica da cui non si può prescindere.

Protezione. Come sono protetti i dati in un cloud ibrido? A domanda un cloud pubblico spesso non può rispondere. Lo storage viene tutelato da “sguardi indiscreti” attraverso moderne soluzioni di protezione. Queste prevedono il controllo degli accessi e del traffico di rete di utenti e dati, o strutture che permettono l’accesso via Internet allo storage secondario solo in determinati momenti.

Scalabilità. I dati crescono esponenzialmente ed è necessario essere pronti. Con i software di gestione dello storage è possibile, anche grazie all’AI (capacity planning), prevedere quando sarà necessario abilitare nuove risorse di archiviazione. E ciò sarà possibile semplicemente “ruotando una manopola”, senza necessariamente bloccare le operations.

Resilienza. La scelta di un ambiente cloud ibrido permette l’implementazione di un piano di disaster recovery, fino alla business continuity, che tuteli l’azienda cliente da ogni rischio. La resilienza è un concetto intrinseco a ogni ambiente cloud e riguarda tutte le componenti (server, storage e networking devono essere ridondati) ma è vitale soprattutto per lo storage.

Scegliere architetture storage di alta qualità

A questo proposito, è utile avere un’idea precisa delle architetture di storage messe a disposizione dal Cloud Service Provider. Il Gruppo Elmec, per esempio, ha scelto Pure Storage come partner per la componente di archiviazione su cloud. Se, infatti, a livello di puro hardware la scelta è sufficientemente standard, ciò che fa realmente la differenza sono i software di gestione. Il dato di fatto è che oggi, sia per i repository dinamici che per gli storage secondari, la tecnologia di riferimento è l’all-flash.

Secondo diversi analisti, il mercato dello storage All Flash Array crescerà con un tasso annuale composto (CAGR) superiore al 25% fino al 2026.

Ma anche per quanto riguarda il software di gestione, la scelta diventa obbligata: il Gruppo Elmec ha scelto di affidarsi a Pure Storage per la completezza e la qualità dell’offerta. Valori che sono ampiamente confermati dalla posizione in alto a destra del quadrante Gartner relativo al comparto dei produttori di Flash Storage. Lassù stanno solo i migliori per completezza di visione e abilità di esecuzione: i leader di mercato.

 

 

Cosa è il cloud ibrido, tutto ciò che c’è da sapere ultima modifica: 2021-09-28T15:15:22+00:00 da Valerio Mariani

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