Dopo due anni di attese, consultazioni e dichiarazioni ambiziose, la Commissione europea ha approvato il Digital Networks Act (DNA), la proposta legislativa che dovrebbe ridisegnare il quadro regolatorio delle reti di connettività nell’Unione. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il mercato unico delle telecomunicazioni, stimolare gli investimenti in fibra e 5G e creare le condizioni infrastrutturali per sostenere la competitività europea nell’era dell’intelligenza artificiale e del cloud 

Il risultato finale, tuttavia, appare, anche leggendo i commenti che in queste ore si susseguono in rete, come un compromesso prudente, se non addirittura al ribasso, rispetto alle aspettative generate dal Libro bianco sulle infrastrutture digitali del 2024 e dalle raccomandazioni contenute nel rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea. Il DNA segna una direzione chiara sul piano dell’armonizzazione e della semplificazione, ma, di fatto, non interviene sui nodi più controversi del settore, a partire dal riequilibrio del valore lungo la catena di Internet.

Digital Networks Act: un mercato unico delle reti, ma senza scossoni

Uno dei pilastri del Digital Networks Act è il rafforzamento del mercato unico della connettività. La Commissione punta a ridurre la frammentazione normativa che oggi costringe gli operatori a confrontarsi con regole diverse in ciascuno Stato membro, aumentando costi e complessità operative.
Letteralmente, si legge nella nota ufficiale: “The proposal aims at creating an effective EU single market by harmonising rules and facilitating cross-border business to incentivise operators to scale up, grow and innovate”.

In questa prospettiva, il DNA introduce meccanismi come il “passaporto unico” per la fornitura di servizi di rete, la possibilità di registrarsi in un solo Paese per operare in tutta l’Unione e un quadro più armonizzato per l’autorizzazione delle reti satellitari. L’intento è favorire la nascita di operatori paneuropei e consentire economie di scala in un settore che soffre da anni di margini ridotti e investimenti sempre più onerosi.

È una strategia coerente con la volontà di rafforzare l’autonomia digitale europea, ma che si scontra con le resistenze degli Stati membri, storicamente restii a cedere competenze su un settore considerato strategico anche in termini di entrate e controllo nazionale.

Digital Networks Act: la questione irrisolta del fair share

Il punto più delicato, e al tempo stesso più atteso dal mercato, riguarda il contributo dei grandi fornitori di contenuti e servizi digitali – le cosiddette big tech – alla realizzazione e al mantenimento delle reti a banda ultralarga. Su questo fronte, il Digital Networks Act sceglie una linea di sostanziale continuità con il passato.
Negli ultimi anni, il concetto di fair share – o network contribution – è stato utilizzato per indicare l’ipotesi di un contributo economico dei grandi fornitori di contenuti e applicazioni verso gli operatori di rete, giustificato dall’aumento esponenziale del traffico e dagli investimenti necessari per trasportarlo. Nel Digital Networks Act, però, questa impostazione non si traduce in un meccanismo regolatorio vincolante: la Commissione sceglie consapevolmente di non “tariffare per legge” lo scambio di traffico lungo la catena di Internet.

Il Dna riconosce che l’evoluzione tecnica e commerciale delle reti sta intensificando l’interazione tra infrastrutture pubbliche e componenti private – dal caching alle CDN (Content Delivery Network o Content Distribution Network, vale a dire le reti di server distribuiti geograficamente utilizzare per erogare contenuti digitali agli utenti in modo più rapido, efficiente e affidabile), fino a forme sempre più spinte di interconnessione – e ammette che, in alcuni casi, i flussi consegnati tramite peering o transit possano generare esigenze di investimento non proporzionate o difficilmente sostenibili per chi riceve il traffico. Tuttavia, invece di intervenire con un obbligo di contribuzione economica a carico dei CAP (Content and Application Providers), il testo incanala queste situazioni in un perimetro di linee guida e strumenti di cooperazione volontaria tra gli attori dell’ecosistema, privilegiando un approccio negoziale e caso per caso rispetto a un prelievo regolatorio generalizzato, semplicemente accompagnato da strumenti di conciliazione in caso di controversie.

Una soluzione che lascia insoddisfatte le telco, che da anni denunciano uno squilibrio strutturale nella distribuzione del valore, e che al tempo stesso non tranquillizza del tutto le piattaforme digitali, timorose che il tema possa riemergere in futuro sotto altre forme. La sensazione diffusa è che il DNA abbia scelto di rinviare una decisione politicamente sensibile, scaricando sul mercato e sulle autorità nazionali il compito di gestire un equilibrio che resta fragile.

Reti in rame: una transizione ancora lenta

Un altro elemento chiave del provvedimento riguarda la dismissione delle reti in rame e la transizione verso infrastrutture completamente in fibra. La Commissione riconosce che le reti legacy non sono più adeguate a sostenere servizi avanzati e introduce l’obbligo per gli Stati membri di presentare piani nazionali di transizione.

Tuttavia, la scadenza viene spostata: lo switch off del rame non avverrà entro il 2030, come inizialmente ipotizzato, ma tra il 2030 e il 2035. I piani dovranno essere presentati nel 2029, lasciando ampi margini di flessibilità ai singoli Paesi.
Nel documento ufficiale si legge infatti: “Legacy copper networks do not fit the ambition of making innovative technologies widely available across the EU. The DNA introduces mandatory national transition plans to ensure the phase out of copper networks and the transition to advanced networks between 2030 and 2035. Member States must present their national plans in 2029. The process is accompanied by safeguards to protect all consumers, such as providing clear and timely information about switch-offs and ensuring service continuity.”. 

Per il nostro Paese, dove il tasso di adozione della fibra resta inferiore al 30%, la scelta rappresenta un’arma a doppio taglio. Da un lato riduce il rischio di shock regolatori e tutela la continuità dei servizi; dall’altro rischia di rallentare ulteriormente una transizione già faticosa, con effetti diretti sulla competitività del sistema economico e sull’efficienza energetica delle infrastrutture.

Spettro e frequenze: il capitolo più favorevole alle telco del Digital Networks Act

Se c’è un ambito in cui il Digital Networks Act introduce un cambio di passo significativo, è quello della gestione dello spettro radio. La proposta prevede licenze di durata potenzialmente illimitata, rinnovabili di default, a fronte di impegni pro-investimento e con la possibilità di revisione dei diritti d’uso.

L’obiettivo è aumentare la prevedibilità regolatoria e incentivare investimenti di lungo periodo, soprattutto sul fronte del 5G e delle future reti mobili avanzate. Viene inoltre introdotto il principio del “use it or share it”, per evitare che porzioni di spettro restino inutilizzate, e una strategia europea per armonizzare le condizioni di autorizzazione.

È un segnale positivo per gli operatori, che da tempo chiedono maggiore stabilità in un ambito cruciale per lo sviluppo delle reti, anche se resta da capire come queste misure verranno recepite e applicate a livello nazionale.

Net neutrality e servizi innovativi: nessuna rivoluzione

Sul fronte della neutralità della rete, il Digital Networks Act conferma integralmente i principi esistenti. Non ci sono aperture a modelli di prioritizzazione del traffico né deroghe strutturali per servizi specifici.

L’unica novità riguarda l’introduzione di un meccanismo di chiarimento delle regole per i servizi innovativi, con l’obiettivo di aumentare la certezza del diritto, e la previsione di forme di cooperazione volontaria sull’interconnessione IP e sull’efficienza del traffico. Anche in questo caso, la Commissione sceglie un approccio prudente, evitando interventi che potrebbero riaccendere il dibattito politico e industriale sulla neutralità della rete.

Implicazioni strategiche: più coordinamento, meno ambizione

Nel suo complesso, il Digital Networks Act rafforza il coordinamento europeo e introduce strumenti utili a semplificare il quadro regolatorio, ma evita di affrontare in modo diretto le asimmetrie economiche che caratterizzano l’ecosistema digitale. La scelta di puntare su cooperazione volontaria e flessibilità nazionale riduce il rischio di conflitti immediati, ma lascia irrisolti molti dei problemi strutturali del settore.

Appare evidente che per Paesi come l’Italia, il DNA rappresenta un’opportunità solo se accompagnato da politiche industriali coerenti, incentivi alla domanda e una strategia chiara sulla transizione infrastrutturale. In assenza di questi elementi, il rischio è che la nuova cornice normativa finisca per cristallizzare le debolezze esistenti, più che superarle.

Va detto, comunque, che il percorso legislativo è ancora lungo: il testo dovrà essere discusso e approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio. Potrebbe essere l’occasione che capire se si potrà farlo evolvere a strumento capace di incidere davvero sulla competitività digitale europea.

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Digital Networks Act: più regole comuni, meno scelte di rottura sulle reti ultima modifica: 2026-01-22T15:19:50+01:00 da Miti Della Mura

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