Dirigibili autonomi FloFleet per l’osservazione persistente. Monitorare in modo continuo grandi estensioni di territorio resta una sfida tecnica ancora aperta. I droni, pur avendo trasformato molte attività di ispezione e sorveglianza, sono limitati da un’autonomia ridotta e da una capacità di carico contenuta; satelliti e velivoli tradizionali, al contrario, comportano costi operativi elevati e non sempre compatibili con un monitoraggio persistente. Quando l’obiettivo è garantire una presenza costante su aree vaste o infrastrutture critiche, i modelli oggi disponibili mostrano limiti strutturali difficili da aggirare.
È in questo spazio, ancora poco esplorato, che si inserisce FloFleet, startup italiana nata dall’idea di un gruppo di ingegneri formatisi al Politecnico di Milano. La scelta tecnologica alla base del progetto è controintuitiva solo in apparenza: recuperare il concetto di dirigibile e trasformarlo in una piattaforma elettrica, autonoma e digitale, progettata per il monitoraggio ambientale e industriale.
“Molti oggi non hanno mai visto un dirigibile volare”, racconta Andrea Cecchi, co-founder di FloFleet. “Ed è proprio questo che ci ha dato la libertà di immaginare qualcosa di completamente nuovo”.
FloFleet, dai limiti dei droni a una nuova architettura di volo
L’idea prende forma in modo concreto nel 2022, in un contesto segnato da eventi estremi. “Gli incendi in Croazia ci avevano colpito molto”, spiega Cecchi. “Da lì abbiamo iniziato a ragionare su come effettuare un monitoraggio ambientale costante, scontrandoci subito con un problema evidente: l’autonomia dei droni”.
I droni hanno rivoluzionato molte attività di ispezione e sorveglianza, ma restano vincolati da tempi di volo limitati e da una capacità di carico ridotta. Quando l’obiettivo diventa coprire centinaia o migliaia di chilometri, o mantenere una presenza prolungata su una determinata area, il modello mostra tutte le sue fragilità.
FloFleet ribalta l’approccio partendo da una piattaforma che non compete con i droni sul piano della velocità, ma gioca su un’altra dimensione: la persistenza. Il dirigibile diventa così un “asset lento” ma continuo, in grado di seguire rotte prestabilite, trasportare sensori complessi e ridurre drasticamente l’impatto ambientale rispetto ad aerei ed elicotteri.

Progettare ciò che non esiste: il ruolo della simulazione
Se l’idea del dirigibile affonda le radici nel passato, il modo in cui FloFleet lo ha progettato è radicalmente contemporaneo. “Siamo partiti da un foglio bianco – o meglio, da un foglio grigio di SOLIDWORKS”, racconta Cecchi. “Non avevamo un modello di riferimento: abbiamo dovuto immaginare un velivolo completamente nuovo”.
Il cuore del progetto è un equilibrio complesso tra aerostatica e aerodinamica. Il velivolo sfrutta la spinta dell’elio, ma allo stesso tempo è modellato per ottenere stabilità, controllo e capacità di carico attraverso la forma. Un risultato raggiungibile solo attraverso un uso intensivo della simulazione digitale.
Qui entra in gioco la piattaforma 3DEXPERIENCE di Dassault Systèmes, che ha accompagnato FloFleet fin dalle prime fasi di sviluppo del proprio progetto. La modellazione 3D, le simulazioni fluidodinamiche e la possibilità di iterare rapidamente in ambiente virtuale hanno permesso di ridurre drasticamente il numero di prototipi fisici.
Secondo FloFleet, questo approccio ha permesso di arrivare alla definizione della forma finale del dirigibile con un numero estremamente ridotto di prototipi intermedi, riducendo tempi, costi e impatto ambientale della fase di sviluppo.
“Alla fine abbiamo realizzato tre velivoli”, spiega Cecchi, “invece dei molti che sarebbero stati necessari senza questo approccio”.
Non si tratta solo di efficienza economica. Ridurre gli sforzi e i tempi necessari alla prototipazione fisica significa anche abbattere l’impatto ambientale della fase di sviluppo, un aspetto coerente con la filosofia stessa del progetto.
Materiali, elio e complessità nascosta
Uno degli elementi meno visibili, ma più critici, dell’idea di FloFleet riguarda i materiali utilizzati per dar vita ai loro dirigibili. “A differenza di altri velivoli non lavoriamo con alluminio o carbonio”, sottolinea Cecchi. “Il nostro è un tessuto laminato che deve essere strutturalmente resistente e allo stesso tempo trattenere l’elio, che è un gas estremamente difficile da contenere”.
La ricerca sui materiali ha richiesto test su spessori, pesi e processi di saldatura, in un ambito dove non esiste un vero stato dell’arte industriale. L’elio, utilizzato principalmente in ambito medico e industriale, è raramente impiegato in applicazioni aeronautiche moderne.
FloFleet ha quindi dovuto costruire competenze quasi da zero, arrivando a definire un tessuto che oggi rappresenta oltre il 30% del peso complessivo del velivolo.
Anche in questo caso, il digitale ha giocato un ruolo chiave: simulare, testare, scartare soluzioni non efficienti prima di arrivare alla produzione. Un percorso che ha portato, di recente, anche all’internalizzazione della saldatura del tessuto, grazie a macchinari ad alta frequenza.
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Dassault Systèmes come abilitatore industriale
Nel racconto di FloFleet, Dassault Systèmes emerge non come semplice fornitore di software, ma come abilitatore di un approccio industriale. “Essere legati a un marchio come Dassault Systèmes dà immediatamente credibilità”, osserva Cecchi. “Ma l’aspetto più importante è stato un altro: non siamo mai stati trattati come dei ragazzini”, nonostante la giovane età dei componenti del team.
Non solo. Un aspetto tutt’altro che marginale per una startup deep tech, è anche l’allineamento sui tempi. “Per una startup una settimana può essere decisiva”, osserva Cecchi. “Lavorare con chi ne tiene conto nei processi quotidiani cambia concretamente l’avanzamento del progetto”.
La piattaforma 3DEXPERIENCE ha consentito a FloFleet di crescere per gradi: dalla progettazione condivisa alla gestione delle revisioni, fino all’introduzione di ruoli e processi più strutturati man mano che l’azienda maturava. “Le nostre esigenze sono cresciute insieme alla piattaforma”, racconta Cecchi. “Ogni volta che avevamo bisogno di fare un passo in più, trovavamo uno strumento che ci permetteva di farlo”.
Dirigibili floFleet: tecnologia, produzione e modello di sviluppo
Oggi FloFleet conta nove persone tra team operativo e board, e mantiene una forte vocazione ingegneristica. La scelta è quella di controllare internamente l’intera catena tecnologica: sviluppo software, algoritmi di guida autonoma, elettronica, produzione delle interfacce stampate in 3D, fino alla lavorazione del tessuto.
“La nostra anima resta la ricerca e sviluppo”, afferma Cecchi. “È lì che si concentra il valore”. Anche il modello di business riflette questa impostazione: produzione del velivolo e operatività sul campo convivono, soprattutto nelle fasi iniziali, ma l’obiettivo è rimanere prima di tutto produttori di tecnologia.
Questa impostazione ha trovato una prima validazione anche sul piano finanziario. Nel 2024 FloFleet ha chiuso un round di investimento da oltre 800 mila euro, guidato da Skylink, la holding di Luca Spada, fondatore di EOLO. Un passaggio che segna l’ingresso della startup in una fase più strutturata, mantenendo però una forte impronta industriale e tecnologica.
Le risorse raccolte sono destinate principalmente al rafforzamento delle attività di ricerca e sviluppo, all’ampliamento del team ingegneristico e all’industrializzazione dei velivoli, con l’obiettivo di accelerare la transizione dalla fase prototipale a quella operativa. Una scelta coerente con la strategia di FloFleet, che ha fin dall’inizio privilegiato investitori industriali e profili imprenditoriali rispetto a logiche di venture capital puramente finanziarie.
Le caratteristiche del velivolo progettato da FloFleet
Il dirigibile FloFleet è pensato per ospitare carichi sensoriali complessi e per operare in contesti che vanno dal monitoraggio di infrastrutture energetiche alle emergenze ambientali. In questi scenari, la riduzione delle emissioni e dei costi operativi non è un beneficio collaterale, ma una condizione necessaria per rendere sostenibile il servizio nel tempo.
Dal punto di vista operativo, i dirigibili sviluppati da FloFleet sono progettati per coprire rotte prestabilite con un’autonomia che può arrivare fino a 5.000 chilometri e un carico utile a partire da 8 chilogrammi, sufficiente per integrare sensori avanzati come termocamere, LIDAR, magnetometri, gravimetri e sistemi di fotogrammetria.
Questo profilo li rende adatti a scenari in cui il monitoraggio deve essere continuo e a basso impatto: ispezione di infrastrutture energetiche, sorveglianza ambientale, analisi del sottosuolo, mappatura territoriale, fino al supporto in situazioni di emergenza e disastri naturali. In questi contesti, la possibilità di sostituire elicotteri e aerei consente non solo una drastica riduzione dei costi operativi, ma anche l’azzeramento delle emissioni dirette di CO₂ legate alle operazioni di volo.
In tutto questo, va detto, c’è una dimensione che esula dai meri aspetti tecnici. “Il dirigibile va contro i nostri tempi”, riflette Cecchi. “È grande, va piano, è leggero. È uno scontro tra passato e futuro”. Un immaginario che richiama il sogno, ma che oggi si traduce in infrastruttura.
In un’industria spesso ossessionata dalla velocità e dalla miniaturizzazione, FloFleet propone una traiettoria diversa: piattaforme aeree persistenti, progettate digitalmente, pensate per durare. Un esempio di come la simulazione e il software possano rendere praticabile ciò che, fino a poco tempo fa, sembrava soltanto un’idea fuori tempo.
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