Giornata dell’identità: con gli agenti AI, proteggere chi accede non basta più. Contenuto esclusivo a cura di Jacopo Zumerle, Enterprise Sales Director, Semperis.

Per anni abbiamo associato il concetto di identità digitale soprattutto alle persone: dipendenti, amministratori, collaboratori e clienti che devono autenticarsi per accedere a dati, applicazioni e sistemi, ma nell’era dell’AI agentica questa definizione non è più sufficiente.

Oggi sono sempre più spesso gli agenti AI ad accedere alle risorse aziendali, utilizzare credenziali, interrogare database, interagire con applicazioni e prendere decisioni. E, a differenza degli utenti umani, possono farlo in autonomia e alla velocità della macchina.

La Giornata internazionale dell’identità rappresenta quindi un’occasione per porci una nuova domanda: siamo pronti a proteggere non soltanto le identità delle persone, ma anche quelle delle macchine che agiscono per loro conto?

L’AI deve agire. E quindi deve autenticarsi

L’AI agentica promette importanti incrementi di produttività proprio perché non si limita a generare informazioni: può agire. Per farlo, però, deve autenticarsi e ottenere autorizzazioni per accedere alle risorse necessarie. È qui che AI e identity security diventano inseparabili.

I numeri mostrano quanto rapidamente stia avvenendo questa trasformazione. Secondo lo studio globale The State of Identity Security in the AI Era, condotto da Semperis su 1.100 professionisti IT e della sicurezza in otto Paesi, tra cui l’Italia, il 93% delle organizzazioni utilizza già o prevede di utilizzare agenti AI per attività di sicurezza sensibili, come il reset delle password e l’accesso alle VPN. Il 92% dichiara inoltre che l’AI è installata almeno su una parte dei dispositivi locali della forza lavoro, dove può potenzialmente entrare in contatto con chiavi SSH, password manager, sessioni browser e chiavi di crittografia.

Stiamo quindi affidando all’intelligenza artificiale accessi sempre più vicini al cuore dei sistemi aziendali.

E le stesse organizzazioni ne percepiscono il rischio: il 74% ritiene che l’AI contribuirà ad aumentare gli attacchi contro le infrastrutture di identità.

Il problema non è l’AI in sé, ma ciò che le permettiamo di fare.

Giornata dell’identità: quando un agente ha troppi privilegi

Se un agente dispone di privilegi eccessivi, utilizza credenziali condivise o mantiene autorizzazioni permanenti di cui non ha realmente bisogno, il rischio è simile a quello rappresentato da un account privilegiato mal configurato. Con una differenza sostanziale: un agente può eseguire azioni e propagare un errore alla velocità della macchina.

Lo stesso vantaggio può essere sfruttato dagli attaccanti. L’AI può aiutarli a individuare credenziali, identificare autorizzazioni eccessive e sfruttare rapidamente percorsi di attacco all’interno dell’infrastruttura delle identità.

L’arrivo dell’AI agentica non rende quindi obsoleti i principi tradizionali dell’identity security. Al contrario, li rende ancora più importanti.

Il primo è il principio del minimo privilegio.

Nel tempo, le autorizzazioni tendono naturalmente ad accumularsi. Un dipendente cambia ruolo, conserva alcuni vecchi accessi e ne acquisisce di nuovi. Con gli agenti AI, questo problema rischia di moltiplicarsi su una nuova categoria di identità.

Occorre quindi passare dagli accessi permanenti a modelli just enough e just in time: concedere a persone e agenti soltanto i privilegi necessari per svolgere una determinata attività e soltanto per il tempo necessario, prevedendo processi di approvazione e revisione.

Le identità non umane diventano parte della superficie d’attacco

La proliferazione degli agenti rende inoltre necessario prestare maggiore attenzione alle non-human identities (NHI), comprese le identità macchina e i service account sui quali gli agenti possono operare.

Sapere quali identità non umane esistono nell’organizzazione, chi le ha create, quali privilegi possiedono e a quali risorse possono accedere non è più soltanto una questione di buona amministrazione IT: diventa una componente essenziale della gestione della superficie d’attacco.

Gli agenti devono inoltre avere confini precisi: niente privilegi permanenti, niente credenziali condivise e nessun agente che operi impersonando un utente umano. Gli accessi dovrebbero essere circoscritti, temporanei e associati a un’attività specifica.

Per i sistemi più sensibili, inoltre, autonomia non dovrebbe significare assenza di controllo umano. Sulle risorse più critiche, come quelle di Tier 0, è opportuno prevedere meccanismi di doppia approvazione che mantengano una persona nel processo decisionale.

Anche gli agenti, infatti, possono essere manipolati. Se un sistema AI può essere indotto a compiere un’azione non prevista, la capacità dell’infrastruttura delle identità di impedirgli di oltrepassare determinati confini diventa una vera misura di cyber resilience.

Giornata dell’identità: il vero test arriva quando qualcosa va storto

C’è poi un dato che dovrebbe attirare particolarmente l’attenzione dei CISO.

A fronte di un utilizzo così esteso dell’AI, solo il 32% delle organizzazioni intervistate da Semperis si dichiara molto fiducioso di riuscire a riprendere pienamente il controllo della propria infrastruttura di identità qualora l’AI esponesse credenziali amministrative.

È probabilmente qui che emerge una delle contraddizioni più importanti dell’attuale corsa all’AI: stiamo aumentando l’autonomia delle macchine più rapidamente di quanto stiamo aumentando la nostra capacità di recuperare da un loro errore o da una loro compromissione.

E quando l’infrastruttura delle identità viene compromessa, il problema non riguarda soltanto l’accesso degli utenti. Se un numero crescente di processi aziendali dipende da agenti AI, anche questi ultimi smettono di funzionare correttamente quando viene meno il sistema che ne governa identità e autorizzazioni.

Un identity outage può così trasformarsi rapidamente in un business outage.

Per questo le organizzazioni devono disporre di backup immutabili e specifici per i sistemi di identità, strumenti di recovery che non dipendano dalla stessa infrastruttura compromessa e procedure in grado di riportare Active Directory, Entra ID e gli altri identity provider a uno stato affidabile.

Ma soprattutto devono testare queste capacità attraverso esercitazioni realistiche. Non basta avere un piano di recovery: bisogna sapere se funzionerà quando l’organizzazione non potrà più fidarsi del proprio sistema di identità.

L’AI può essere anche parte della difesa

Naturalmente, gli agenti AI non rappresentano soltanto un rischio. Possono diventare alleati preziosi dei team di sicurezza, aiutandoli ad analizzare l’ambiente rispetto a vulnerabilità note, simulare l’impatto degli attacchi, stabilire le priorità di remediation, individuare anomalie e accelerare il threat hunting. Possono persino contribuire alla preparazione e al miglioramento dei piani di risposta alle crisi.

Ma l’AI agentica non può sostituire i fondamentali della cyber resilience. La capacità di recovery deve continuare a poggiare su componenti deterministici, affidabili e ampiamente testati. Un agente può contribuire ad avviare una procedura di ripristino; non può essere l’unico elemento da cui quella procedura dipende.

Giornata dell’identità: nell’era dell’AI dobbiamo ripensare la domanda “chi sei?”

La Giornata internazionale dell’identità ci ricorda quanto sia importante poter stabilire in modo sicuro chi sta accedendo a una risorsa digitale. L’AI agentica ci obbliga però ad ampliare il significato di questa domanda.

Non dovremo più chiederci soltanto “chi è questo utente?”, ma anche “chi o che cosa sta eseguendo questa operazione, con quali privilegi, per conto di chi e per quanto tempo?”.

Più autonomia concediamo all’intelligenza artificiale, più solidi devono essere i confini entro i quali può operare e nell’era agentica saranno proprio le identità a definire quei confini.

Giornata dell’identità: con gli agenti AI, proteggere chi accede non basta più ultima modifica: 2026-09-16T10:18:40+02:00 da admin

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