Cambiare, diversificare, ma soprattutto poter invertire la rotta, prima che la strada scelta si riveli, per costi, obblighi, vantaggi traditi, un senso unico e senza uscita. La scelta delle aziende di indirizzare verso il public cloud workload, dati e applicazioni rimane certamente valida e molto praticata, ma oggi sono sempre più numerose le realtà che si sono messe a fare conti minuziosi per capire se quel pedaggio, fuori dall’onda emergenziale di qualche anno fa, sia ancora adeguato alle proprie reali, nuove, esigenze, se è ancora sicuro per la futura disponibilità dei propri dati e adatto alle evoluzioni tecnologiche che si prospettano avide di potenza distribuita. AI in primis. La tendenza, o a volte l’eredità non propriamente cercata, è l’eterogeneità. On premise, cloud pubblici, cloud gestiti, risorse edge e piattaforme dedicate all’intelligenza artificiale convivono infatti sempre più spesso nella stessa infrastruttura. Ne è consapevole Nutanix, che proprio nel nome della flessibilità, della semplicità di gestione, dell’interoperabilità ha potenziato le proprie strutture ed evoluto strategie e combinazione d’offerta per accogliere le libere scelte architetturali delle aziende. Che vogliono mantenere aperte più opzioni.
“Quello che osserviamo è un forte ritorno verso architetture cloud ibride”, spiega Albert Zammar, Country Manager Italia di Nutanix, incontrato in esclusiva dalla redazione di Sergentelorusso.it in occasione di una intervista/chiacchierata a briglia sciolta che ha toccato i temi più strategici e urgenti che il mercato sta affrontando oggi. “Negli ultimi anni il cloud pubblico era stato considerato la risposta a qualsiasi esigenza. Oggi le aziende stanno riconsiderando quell’approccio, chiedendo da una parte un miglior controllo dei costi e, dall’altra, valorizzare gli investimenti già fatti, evitando di sostituire infrastrutture ancora perfettamente funzionanti. Non per tornare indietro, ovviamente, ma per costruire degli ambienti che siano più equilibrati e flessibili in linea con un mercato le cui regole cambiano in continuazione”.
E oggi nel calcolo dei costi non basta metterci il cloud. Anche comprare nuovo hardware è diventato più difficile e più caro. La forte domanda generata dagli hyperscaler e dai nuovi progetti di intelligenza artificiale sta assorbendo una parte crescente della capacità produttiva degli hardware vendor, soprattutto per le componenti più richieste dai carichi AI. Per il resto del mercato significa tempi più lunghi, minore disponibilità e prezzi più alti, spingendo molte aziende a far lavorare meglio le infrastrutture che hanno già, invece di sostituirle subito.
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I dati dentro confini sicuri. Da loro dipende la vita futura delle imprese
A questo si aggiunge la gestione dei dati, con premure per la sovranità digitale e la localizzazione delle informazioni che le incertezze geopolitiche e le dure schermaglie economiche tra i Paesi stanno sollevando, portando molte imprese a voler decidere con maggiore libertà dove eseguire applicazioni e dove conservare dati sensibili.
Tanto più se quei dati devono alimentare progetti di intelligenza artificiale che, dopo una prima fase di sperimentazioni diffuse e spesso non coordinate, molte aziende stanno cercando di riportare sotto governo anche per evitare la proliferazione dello shadow AI. Non per frenare l’adozione dell’AI, ma per inserirla all’interno di un’architettura controllata, che utilizzi dati aziendali in un perimetro di governance, sicurezza e conformità.
“I progetti di AI sono tra le priorità delle grandi imprese – osserva Zammar -. Finora abbiamo visto tanta sperimentazione, ma adesso le aziende iniziano a cercare progetti che portino risultati concreti per il business, costruiti su modelli adatti alle proprie esigenze e con protezione e sovranità dei dati come elementi decisivi”.
Progetti ed esigenze diverse che convivono nella stessa azienda e che non possono sempre viaggiare sugli stessi binari. Cambia perciò il concetto stesso di infrastruttura, che non si limita alla scelta tra cloud pubblico e data center aziendale, ma che consenta di utilizzare contemporaneamente ambienti diversi, spostando applicazioni e workload dove è più conveniente sotto il profilo economico, operativo, di potenza o normativo.
Nelle preferenze delle aziende quindi le rigide piattaforme legate a una sola tecnologia stanno lasciando il passo a modelli che diano maggiori possibilità di scelta, consentendogli di modificare le proprie strategie senza dover riprogettare ogni volta l’intera infrastruttura.
Nutanix: una piattaforma che ha cavalcato il cambiamento e oggi lo guida
Nutanix, dicevamo, non si è sottratta a questa evoluzione e, partendo dall’iperconvergenza delle origini, ha via via ampliato il proprio raggio d’azione fino a trasformare la sua piattaforma in un ambiente in grado di gestire infrastrutture distribuite con una visione unificata delle risorse che possono così trovarsi nel data center aziendale, su cloud pubblici, cloud locali o installazioni edge.
“Le grandi aziende sono sempre meno disponibili a sostituire completamente tutto quello che hanno costruito negli anni – osserva Zammar -. Le loro infrastrutture si sono sviluppate nel tempo, spesso con tecnologie diverse, che continuano a fare bene il proprio lavoro. Per questo abbiamo aperto la nostra piattaforma, permettendo di integrare ambienti diversi e gestirli come se fossero un unico cloud”.
Apertura al mercato significa aprirsi alle partnership tecnologiche
Il concetto di piattaforma aperta è così diventato uno degli elementi distintivi della strategia dell’azienda, lasciando i clienti liberi di usare la tecnologia che è più adatta in ogni singolo contesto. Da qui, quindi è partito anche l’ampliamento del ventaglio di partnership tecnologiche, aprendo Nutanix ad accordi che interessano storage, database, cloud provider e piattaforme per all’intelligenza artificiale.
Tra le più recenti, quello con NetApp per l’integrazione dello storage enterprise, con OVHcloud sul fronte del cloud europeo e della sovranità del dato, oltre alle partnership con MongoDB, NVIDIA e AMD per sostenere l’evoluzione dei nuovi carichi applicativi legati all’intelligenza artificiale. A queste si aggiungono poi quelli già consolidati con Dell Technologies, Cisco, Lenovo, Pure Storage e, più recentemente, Fujitsu.
La logica di base rimane la libertà di scelta. “Oggi il cliente vuole decidere dove eseguire i propri workload – spiega Zammar -. Può essere il data center interno, un cloud provider, un operatore locale o l’edge. La piattaforma deve permettere di spostare applicazioni, macchine virtuali e container mantenendo la stessa esperienza di gestione”.
Una scelta che diventa ancor più delicata oggi, che nella volontà di estrarre concretezza e vantaggi di business dall’intelligenza artificiale, le aziende chiedono di avere ambienti privati, alimentati con i propri strategici, unici, preziosi dati, e che diano risposte concentrate sul singolo problema, magari sul singolo reparto. I servizi generalisti possono essere utili per molte attività, ma quando l’AI deve entrare nei processi dell’impresa deve conoscere informazioni, applicazioni e workload specifici. Informazioni che spesso sono riservate, distribuite tra ambienti diversi e che magari non si vuole portare fuori dal perimetro aziendale. Ed ecco l’interesse per ambienti di private AI, addestrati sui dati dell’impresa e gestiti con regole definite dall’azienda. Nutanix Enterprise AI integra l’infrastruttura con i principali Large Language Model e crea un ambiente in cui modelli, agenti AI, database vettoriali e applicazioni possono convivere sotto una governance comune. I diversi progetti AI possono così condividere la stessa piattaforma, invece di essere sviluppati come ambienti separati, mantenendo una gestione coerente di modelli, dati e applicazioni.
Libertà di infrastruttura, significa anche un cambiamento nel rapporto con i fornitori. Sempre più aziende, infatti, preferiscono avere affiancati più partner tecnologici invece di affidare intere aree dell’infrastruttura a un solo vendor. La dual vendor strategy nasce proprio dal volere evitare dipendenze troppo strette e mantenere più libertà nelle scelte future. Zammar lo osserva direttamemnte: “I clienti ormai cercano un’alternativa credibile, proprio perché non vogliono che costi, tempi di adozione ed evoluzione tecnologica restino dipendenti da un unico fornitore. La possibilità di scegliere è diventata un valore e la nostra piattaforma, così aperta, si offre come candidato perfetto in strategie di questo tipo”.
Sul canale si concentrano più competenze specifiche. La flessibilità si paga in know how
Evoluzione del mercato e dell’offerta che sta ovviamente cambiando anche il ruolo del canale. Cloud ibrido, dati, sicurezza, AI e infrastrutture distribuite sono ormai ingredienti che finiscono sempre più spesso nello stesso progetto. E ci vogliono competenze che fino a poco tempo fa erano su ambiti distinti.
Nutanix consiglia, avvisa e aiuta: “Le aziende non cercano più un installatore di tecnologie, ma un interlocutore che sappia progettare un’architettura, integrare piattaforme diverse e accompagnarne l’evoluzione nel tempo. Per questo vediamo partner che investono in nuove competenze, acquisizioni e aggregazioni tra realtà complementari. Formare figure altamente specializzate richiede anni, mentre il mercato chiede risposte immediate. Noi lavoriamo esclusivamente attraverso il canale e investiamo molto nella sua crescita, con formazione, supporto tecnico e programmi dedicati. L’obiettivo è rendere i partner sempre più autonomi, perché il valore oggi non sta soltanto nella piattaforma, ma nei servizi che riescono a costruire intorno alle esigenze del cliente”.








