Dentro la montagna: il nuovo volto dei data center. Cento metri di roccia sopra la testa. Una temperatura stabile durante tutto l’anno. Nessun nuovo consumo di suolo. È così che nasce Intacture, il data center inaugurato nei giorni scorsi in Val di Non all’interno di una miniera ancora attiva.

Stiamo parlando di un progetto che racconta con grande efficacia come stia cambiando la progettazione dei data center. 
Soprattutto oggi.
L’intelligenza artificiale aumenta la densità di calcolo, i consumi elettrici e il calore da dissipare, trasformando energia e raffreddamento nei principali vincoli infrastrutturali. Per questo anche il luogo in cui un data center viene costruito assume un valore completamente nuovo: una montagna non è più soltanto il posto che lo ospita, ma una componente che contribuisce direttamente alla sua efficienza. 

Perché costruire un data center dentro una montagna?

La risposta sta nell’evoluzione che stanno vivendo le infrastrutture digitali.

L’addestramento e l’esecuzione dei modelli di intelligenza artificiale richiedono sistemi di calcolo sempre più potenti. Ogni nuova generazione di acceleratori aumenta la densità di potenza installata nei rack, assorbe più energia e produce quantità crescenti di calore. Logica conseguenza è il fatto che il raffreddamento diventa uno degli elementi che più incidono sull’efficienza operativa e sui costi di gestione di un data center.

Per affrontare questa sfida il settore sta seguendo strade diverse. C’è chi investe nel raffreddamento a liquido, chi realizza nuove infrastrutture in prossimità di grandi impianti energetici, chi sceglie aree caratterizzate da climi naturalmente favorevoli. Intacture segue una strada ancora diversa: utilizzare direttamente le caratteristiche geologiche della montagna come parte dell’infrastruttura.

Data Center: la montagna entra nel progetto

Il data center è stato realizzato a circa cento metri di profondità all’interno della miniera di dolomia Tassullo, in Val di Non. Oltre l’80% della struttura si sviluppa in ambiente ipogeo, sfruttando una temperatura naturale di circa 12 °C costante durante tutto l’anno. Questa condizione permette di ridurre in modo significativo l’energia necessaria per il raffreddamento delle apparecchiature, uno dei principali consumi di qualsiasi data center moderno. 

La roccia svolge anche altre funzioni. Offre una protezione naturale dell’infrastruttura, riduce il consumo di nuovo suolo e contribuisce a creare un ambiente stabile per sistemi destinati a operare senza interruzioni. Il progetto punta inoltre a raggiungere un valore di Power Usage Effectiveness (PUE) inferiore a 1,25, grazie alla combinazione tra raffrescamento naturale, impianti ad alta efficienza ed energia proveniente da fonti rinnovabili. 

La scelta della miniera non nasce dal nulla. Gli stessi spazi sotterranei vengono già utilizzati per attività che richiedono condizioni ambientali costanti, come la conservazione di migliaia di tonnellate di mele, l’affinamento dei formaggi e lo stoccaggio del vino. Intacture applica le stesse caratteristiche naturali a un’infrastruttura digitale destinata a ospitare applicazioni di intelligenza artificiale e supercalcolo. 

Come nasce Intacture

L’inaugurazione avvenuta nei giorni scorsi rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato nel 2023 con la nascita di Trentino DataMine, il partenariato pubblico-privato guidato dall’Università di Trento insieme a Covi Costruzioni, Dedagroup, GPI e ISA. In poco più di due anni il progetto ha portato alla progettazione degli spazi, allo scavo delle nuove gallerie, alla realizzazione degli impianti e all’installazione delle infrastrutture tecnologiche, trasformando una miniera di dolomia ancora attiva in un data center pienamente operativo. L’investimento complessivo supera i 50 milioni di euro, dei quali 18,4 milioni finanziati attraverso il PNRR. 

Alla realizzazione dell’infrastruttura hanno contribuito anche diversi partner tecnologici. Hewlett Packard Enterprise ha fornito l’infrastruttura di calcolo destinata ai carichi di lavoro per l’intelligenza artificiale e l’High Performance Computing, mentre Schneider Electric ha sviluppato l’architettura energetica e gli impianti critici del data center, progettati per massimizzare efficienza e continuità operativa. Alla progettazione ha partecipato anche IN-SITE, che ha curato l’ingegneria dell’intera infrastruttura, integrando le soluzioni tecnologiche con le caratteristiche dell’ambiente ipogeo. 

Il data center rappresenta però soltanto una parte del progetto. L’obiettivo di Trentino DataMine è costruire un ecosistema capace di mettere in relazione ricerca pubblica, università e imprese, offrendo una piattaforma dedicata allo sviluppo di applicazioni nei campi dell’intelligenza artificiale, dell’High Performance Computing, dell’edge computing, della cybersicurezza e delle scienze della vita. La struttura nasce con una capacità iniziale di 800 kW, già predisposta per crescere fino a 1,5 MW e successivamente a 6 MW nelle fasi di espansione previste dal progetto. 

Il data center diventa una questione di territorio

La storia di Intacture porta con sé anche una riflessione più ampia sul futuro delle infrastrutture digitali.

La competizione tra operatori continuerà naturalmente a misurarsi sulla potenza di calcolo disponibile, ma sempre più spesso passerà dalla capacità di rendere sostenibile quella potenza. L’energia disponibile, l’efficienza dei sistemi di raffreddamento, il consumo di acqua, l’utilizzo del territorio e la resilienza dell’infrastruttura stanno assumendo un peso crescente nelle decisioni di investimento.

È una trasformazione che restituisce valore a caratteristiche fino a pochi anni fa considerate marginali. Il clima, la geologia, la disponibilità di fonti rinnovabili e perfino la conformazione del territorio entrano oggi tra i criteri con cui vengono progettati i nuovi data center.

Intacture racconta una trasformazione destinata ad accompagnare la prossima generazione di infrastrutture digitali. La geografia torna a essere una variabile strategica nella progettazione dei data center e il territorio diventa parte integrante delle loro prestazioni. In questo progetto la roccia contribuisce direttamente all’efficienza energetica, al raffreddamento e alla resilienza dell’infrastruttura, trasformando una caratteristica naturale in un asset tecnologico.

Intacture non è un caso isolato

L’idea di sfruttare le caratteristiche naturali dell’ambiente per rendere più efficienti i data center non è certamente nuova. 

Negli anni i Paesi nordici hanno rafforzato il proprio ruolo come destinazioni privilegiate per nuovi data center grazie al clima freddo, alla disponibilità di energia rinnovabile e alla possibilità di utilizzare il raffreddamento naturale per gran parte dell’anno. Microsoft, Google e Meta hanno investito in grandi campus tra Svezia, Finlandia e Danimarca proprio per sfruttare queste condizioni ambientali favorevoli.

Anche il mare è diventato terreno di sperimentazione. Con il progetto Natick, Microsoft ha dimostrato la fattibilità di un data center sottomarino, verificando come un ambiente caratterizzato da temperature stabili potesse migliorare l’affidabilità dei sistemi e ridurre il fabbisogno di raffreddamento. Sebbene l’iniziativa non abbia avuto un seguito commerciale, ha contribuito a spostare l’attenzione dell’intero settore sul rapporto tra infrastruttura digitale e ambiente naturale.

Negli Stati Uniti, invece, la corsa ai grandi campus dedicati all’intelligenza artificiale sta privilegiando aree dove sia possibile accedere rapidamente a grandi quantità di energia elettrica, spesso in prossimità di centrali, impianti rinnovabili o nuove infrastrutture di produzione energetica.

Intacture si inserisce in questa evoluzione con una soluzione diversa, sfruttando una caratteristica geologica unica del territorio trentino. 

Dentro la montagna: il nuovo volto dei data center ultima modifica: 2026-07-03T15:43:47+02:00 da Miti Della Mura

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