A poco più di tre mesi dalla nomina a General Manager di IBM Italia, Nico Losito incontra per la prima volta la stampa per raccontare le priorità sulle quali il gruppo ha costruito e sta costruendo la propria strategia. Intelligenza artificiale, hybrid cloud e quantum computing sono i tre pilastri indicati da IBM per accompagnare la prossima fase della trasformazione digitale. Nel corso dell’incontro, Losito ha spiegato come queste direttrici si traducano nelle attività della filiale italiana, soffermandosi in particolare sull’evoluzione dell’AI e sull’obiettivo di portare in futuro il quantum computing anche nel nostro Paese.

“Il mio sogno personale, e quello del mio team, è portare finalmente questa tecnologia anche in Italia – racconta- Oggi abbiamo installazioni in Germania, nei Paesi Baschi e in altri Paesi europei. Credo sia arrivato il momento di avere anche nel nostro Paese un’infrastruttura quantistica, per tutti i vantaggi che può generare sia per le imprese sia per la competitività del sistema Italia.”

L’intelligenza artificiale entra nella fase dell’adozione

Inevitabilmente, il primo pillar dal quale parte Losito è quello dell’AI. 
Il mercato sembra aver superato la fase dell’entusiasmo iniziale e delle sperimentazioni diffuse. L’obiettivo diventa oggi portare i progetti in produzione e misurarli sulla base del valore economico generato. È una transizione in chiaroscuro che emerge anche da una ricerca globale realizzata da IBM su 6.000 amministratori delegati: “Il 69% dei CEO ci dice che l’intelligenza artificiale è già entrata nei processi core delle loro aziende, ma soltanto il 10% la sta utilizzando per incidere direttamente sulla top line. Oggi il valore è ancora concentrato soprattutto sulla produttività. La generazione di nuovi ricavi arriverà, ma richiederà ancora tempo.”

La sensazione, osserva Losito, è che il mercato proceda con un ritmo leggermente inferiore rispetto alle aspettative iniziali. Una considerazione che vale anche per il contesto italiano, dove il tessuto delle piccole e medie imprese continua a mostrare una certa prudenza.
“Siamo probabilmente un po’ più lenti del previsto. Lo vedo anche nella realtà italiana, soprattutto nelle imprese di dimensioni minori, dove permane ancora una certa dose di scetticismo. Ma la direzione è ormai tracciata.”

In ogni caso, e Losito lo sottolinea, rispetto a un anno fa è evidente una differenza metodologica: “Siamo usciti dalla pura e semplice sperimentazione. Abbiamo passato il 2024 e il 2025 facendo proof of concept, proof of technology e proof of value. Oggi siamo nell’adozione, ma un’adozione guidata da un obiettivo preciso: ottenere un ritorno dell’investimento certificabile.”

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Nico Losito: non ci sono segnali di una bolla per l’AI

C’è una percezione di ottimismo nelle parole di Losito, che in qualche modo contrasta con le voci delle ultime settimane sulla effettiva sostenibilità degli investimenti in intelligenza artificiale, alimentate dalle oscillazioni dei mercati finanziari e dalla crescita dei capitali destinati alle infrastrutture.

Di fatto Losito respinge con decisione l’ipotesi di una bolla speculativa.

“Io non vedo alcun segnale di rischio bolla. Possono esserci oscillazioni temporanee dei mercati, ma oggi le promesse dell’intelligenza artificiale si stanno realizzando.”

Le motivazioni sono concrete.

“Oggi esistono business case che stanno in piedi. I ritorni economici sono misurabili. Se fossimo davanti a una bolla non assisteremmo ai livelli di utilizzo che stiamo osservando. I consumi di risorse computazionali e di token continuano a crescere perché le aziende stanno realmente usando queste tecnologie.”

Anche l’evoluzione del lavoro svolto dalle imprese rappresenta, secondo Losito, un indicatore importante.

“Abbiamo ridotto drasticamente il numero dei proof of concept. Oggi i progetti entrano in produzione e vengono valutati sulla base del ROI. È un passaggio molto diverso rispetto alla fase iniziale.”

L’AI si misura prima all’interno dell’azienda

L’approccio è in ogni caso pragmatico: l’intelligenza artificiale produce risultati soltanto quando viene inserita all’interno di un percorso di revisione dei processi, e non come semplice livello di automazione.

“Prima di aggiungere l’intelligenza artificiale bisogna chiedersi se quel processo genera profitto, migliora la soddisfazione del cliente o produce valore. Se la risposta è no, probabilmente non va automatizzato: va eliminato.”

È lo stesso approccio che IBM ha applicato alla propria organizzazione, scegliendo di diventare il primo utilizzatore delle tecnologie che oggi propone al mercato.

“Noi siamo stati il primo cliente di noi stessi.”

In azienda questo modello viene definito Client Zero. Ogni anno le diverse country individuano migliaia di processi da ripensare, selezionandoli sulla base del valore che possono generare prima ancora che delle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale. 
Un valore misurabile: secondo IBM, questo lavoro ha prodotto negli ultimi quattro anni un incremento di produttività pari a circa 4,5 miliardi di dollari, equivalente a circa il 7% delle revenue complessive del gruppo. Solo nell’ultimo anno il beneficio operativo ha superato il miliardo di dollari.

Non solo. Da questo approccio sono nate anche alcune delle soluzioni che IBM ha successivamente portato sul mercato. Come IBM Bob, inizialmente sviluppato come assistente per gli sviluppatori e poi evoluto in una piattaforma agentica capace di supportare l’intero ciclo di vita dello sviluppo software. Prima del lancio commerciale è stato utilizzato da oltre 80.000 dipendenti IBM, che secondo i dati dell’azienda hanno registrato incrementi medi di produttività del 45%. 

Per Losito il messaggio che emerge da questo percorso è chiaro.

“Bisogna diventare AI first. Le aziende nate con questo approccio sono molto più veloci nello sviluppo dei progetti e nelle decisioni. Prima di cercare di surfare quest’onda bisogna però dimagrire e ripensare i processi.”

La sovranità al core

L’accelerazione dell’intelligenza artificiale, osserva Losito, rende ancora più evidente un tema destinato a diventare centrale nei prossimi anni: la sovranità tecnologica. Più i modelli entrano nei processi critici delle aziende, più cresce l’esigenza di mantenere il controllo su dati, infrastrutture, piattaforme e dipendenze dai fornitori.

Per rispondere a questa esigenza IBM ha recentemente presentato Sovereignty Core, una piattaforma software progettata per affrontare quattro dimensioni della sovranità: quella del dato, legata alla localizzazione e agli accessi; quella operativa, che riguarda la gestione delle infrastrutture e i requisiti normativi; quella tecnologica, finalizzata a ridurre il lock-in nei confronti dei fornitori; e infine la sovranità dell’intelligenza artificiale, che punta a garantire modelli trasparenti, spiegabili e governabili. 
E secondo Losito, il tema non riguarda soltanto la conformità normativa, ma la possibilità per le imprese di mantenere libertà di scelta in un mercato sempre più dominato da grandi piattaforme.

Lo scenario fotografato da IBM conferma come questa esigenza sia destinata a crescere. Per altro, lo studio dell’Institute for Business Value evidenzia come il 90% delle organizzazioni europee non conosca pienamente le proprie dipendenze da fornitori, modelli e infrastrutture AI, mentre il 73% ritiene difficile sostituire il proprio principale fornitore di intelligenza artificiale. 

La prossima sfida si chiama quantum computing

Se l’intelligenza artificiale rappresenta il presente, il quantum computing è entrato nella strategia di lungo periodo di IBM.

Per Losito questa tecnologia ha ormai superato la dimensione esclusivamente sperimentale.

“Il quantum non è più soltanto un progetto dei laboratori di ricerca. Sta entrando progressivamente nella fase delle applicazioni concrete.”

IBM ha costruito negli anni una roadmap che punta a raggiungere entro il 2026 il cosiddetto quantum advantage, cioè la dimostrazione di casi nei quali un computer quantistico riesce a risolvere determinati problemi meglio dei sistemi tradizionali. Nei passaggi successivi arriveranno la tolleranza agli errori e la piena industrializzazione delle macchine.

Il tema, però, secondo Losito riguarda anche il ruolo che l’Italia potrà giocare in questa evoluzione. Ed è qui che diventa evidente il suo “sogno nel cassetto”.

“Il mio obiettivo è riuscire a portare questa tecnologia anche nel nostro Paese.”

Oggi, osserva il manager, altri territori europei hanno già compiuto questo passo. ” L’Italia dispone di competenze accademiche straordinarie e potrebbe diventare un punto di riferimento anche in questo settore.”

Secondo Losito, il ritardo accumulato dipende da diversi fattori.

Da una parte permane una conoscenza ancora limitata della tecnologia, spesso confusa con il calcolo ad alte prestazioni tradizionale. Dall’altra manca ancora una sufficiente sensibilità istituzionale verso un’infrastruttura particolarmente complessa da realizzare, che richiede investimenti di lungo periodo e competenze molto specialistiche.

Il quantum riguarda già la sicurezza

Il quantum computing rappresenta una delle grandi scommesse tecnologiche dei prossimi anni, ma secondo Losito produce conseguenze concrete già oggi. La principale riguarda la sicurezza: la futura disponibilità di computer quantistici sufficientemente potenti renderà progressivamente vulnerabili molti degli algoritmi crittografici utilizzati attualmente per proteggere dati e comunicazioni. Per questo motivo la transizione verso la crittografia post-quantistica deve iniziare con largo anticipo.

“Quando sento dire che il quantum arriverà tra qualche anno, divento matto.”

Il motivo è semplice.

“Per migrare gli algoritmi crittografici servono normalmente dai cinque ai dieci anni. Se alcuni dati devono restare protetti per venti, trenta o cinquant’anni, come richiesto dalle normative vigenti, il problema esiste già oggi.”

È proprio per questo che IBM sta investendo nello sviluppo delle tecnologie di sicurezza post-quantistica e ha contribuito direttamente alla definizione di tre dei quattro algoritmi selezionati dal National Institute of Standards and Technology statunitense come futuri standard crittografici.

Secondo Losito, il vantaggio competitivo resta umano

Accanto all’evoluzione tecnologica, Losito individua una ulteriore trasformazione destinata a incidere profondamente sulle organizzazioni: quella delle competenze.

Secondo il manager, il modello tradizionale basato su job description rigide lascerà progressivamente spazio a organizzazioni costruite attorno ai mandati e ai risultati.

Parallelamente crescerà la collaborazione tra persone e agenti di intelligenza artificiale.

“La nuova unità di competenza sarà formata dagli agenti AI e dalle persone.”

Per questo motivo, conclude Losito, il vero investimento riguarda soprattutto la crescita delle capacità distintive dell’uomo.

“Le macchine continueranno ad aumentare la propria capacità di ragionamento. Alle persone resteranno sempre di più il giudizio, il problem solving, la creatività, la gestione della complessità e delle relazioni. È su queste competenze che dovremo costruire il futuro.”

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IBM e la sfida di Nico Losito: “L’intelligenza artificiale è oltre la fase sperimentale. Ora portiamo il quantum computing in Italia” ultima modifica: 2026-07-08T11:09:48+02:00 da Miti Della Mura

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