La crescita dei data center in Lombardia sta entrando in una fase nuova. Non soltanto per il numero e per le dimensioni dei progetti annunciati tra Milano, hinterland e province limitrofe, ma per l’impatto che queste infrastrutture stanno iniziando ad avere sul dibattito pubblico, sulla pianificazione energetica e sull’utilizzo del territorio.

Stando alle cronache, nel mese di luglio di quest’anno si è registrata la domanda elettrica più alta nel nostro Paese: 32,5 TWh, l’8,3% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il 15 luglio il picco di potenza ha sfiorato i 58 GW, spinto dalle temperature eccezionalmente elevate e dall’uso dei sistemi di condizionamento. Secondo Terna, la temperatura media ha superato di 1,2 gradi quella dell’anno precedente e di quasi due gradi la media dell’ultimo decennio.

Un “caldo record”, ci si perdoni l’abuso del termine, che ha reso immediatamente visibile il rapporto tra infrastrutture, disponibilità di energia e capacità delle reti.

Sembra dunque esserci una correlazione non casuale tra le condizioni metereologiche e il fatto che proprio nelle stesse settimane, tra Milano e Pavia, ha cominciato a prendere forma una protesta nuova. A Lacchiarella, Bollate, Rho, Magenta, Opera, Certosa di Pavia, Bornasco e Siziano sono sorti comitati e osservatori civici contrari ai progetti di nuovi data center (qui la mappa completa dei Data Center in Italia) o, più precisamente, alle condizioni con cui queste infrastrutture vengono inserite nei territori.

La prima manifestazione regionale si è tenuta l’11 luglio a Lacchiarella. In piazza sono arrivati anche rappresentanti dei comitati di Magenta, Opera e Linate.
In questo caso, al centro della mobilitazione c’era il progetto promosso da Apto su circa 228 mila metri quadrati di terreno agricolo, per un investimento indicato in 3,5 miliardi di euro. Nella stessa area compresa tra Lacchiarella, Zibido San Giacomo e Binasco sono previste altre infrastrutture digitali ed energetiche, compreso un secondo grande campus promosso da K2 e una nuova stazione elettrica. Proprio la concentrazione di più interventi nello stesso quadrante ha contribuito ad allargare la protesta oltre il singolo progetto.

Data Center Lombardia: energia, reti e suolo: un’impronta evidente

Le preoccupazioni espresse dai comitati riguardano il consumo di suolo agricolo, la disponibilità di acqua per il raffreddamento, il rumore, il calore disperso, l’impiego dei generatori diesel di emergenza e la capacità dei territori di assorbire infrastrutture di dimensioni inedite.

Nel confronto pubblico sono comparse anche perplessità legate a possibili aumenti della temperatura nelle aree circostanti e alle emissioni prodotte dai gruppi elettrogeni. Va detto, tuttavia, che al momento non esiste alcuna misurazione pubblica e indipendente applicabile ai progetti lombardi che giustifichi l’allarmismo. Le affermazioni dei comitati descrivono timori che richiedono verifiche puntuali, mentre i dati disponibili al momento documentano con maggiore precisione valori quali la potenza prevista, le superfici occupate e le caratteristiche urbanistiche degli insediamenti.

La protesta ha riportato in primo piano la base fisica dell’economia digitale. Cloud, intelligenza artificiale, streaming, commercio elettronico e applicazioni aziendali funzionano grazie a infrastrutture molto concrete: grandi edifici, reti in fibra, sottostazioni elettriche, impianti di raffreddamento, gruppi di continuità e generatori di emergenza. È questa presenza sul territorio, destinata a crescere insieme alla domanda di capacità di calcolo, ad avere trasformato lo sviluppo dei data center da questione industriale a tema di interesse pubblico.

È opportuno comunque precisare che il rapporto con la rete elettrica va letto su due livelli. I grandi campus utilizzano generalmente collegamenti dedicati in alta o altissima tensione e quindi non si appoggiano alle linee locali in bassa tensione che alimentano abitazioni e piccole attività. Restano però parte dello stesso sistema elettrico nazionale. A seconda del punto di allaccio e della soluzione tecnica adottata, la connessione può interessare direttamente la rete di trasmissione gestita da un operatore nazionale, oppure le infrastrutture del distributore competente per il territorio, secondo le regole definite da ARERA. Le dimensioni dei nuovi progetti possono inoltre rendere necessarie stazioni elettriche, elettrodotti e altri interventi di potenziamento. Terna, ad esempio, illustrando il processo di connessione alla rete nazionale, ricorda che la presentazione della domanda rappresenta soltanto il primo passaggio di un iter nel quale vengono individuate le opere necessarie per rendere disponibile la potenza richiesta.

Il tema riguarda quindi meno la competizione immediata tra il data center e il condizionatore di casa e molto di più la pianificazione complessiva del sistema energetico: quanta nuova potenza sarà realmente necessaria, con quali fonti verrà prodotta, quali interventi di rete dovranno essere realizzati e chi ne sosterrà i costi.

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Data Center Lombardia: la mappa del Politecnico di Milano

Una prima dimensione del fenomeno emerge dalla ricerca ProdAction, avviata dal CRAFT – Centro di competenze per Territori Antifragili del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano.

La mappatura presentata lo scorso mese di marzo  ha censito 49 data center attivi in Lombardia. Di questi, 33 si trovano nella Città metropolitana di Milano e sono distribuiti in 32 comuni. Considerando che in Italia risultano operative circa 200 strutture, la regione ospita quasi la metà delle infrastrutture nazionali.

La concentrazione appare ancora più marcata osservando la potenza. I data center dell’area milanese raggiungono complessivamente circa 414 MW di potenza nominale, pari al 68% del totale italiano. Il dato indica la capacità massima installata o disponibile e non coincide con l’energia effettivamente consumata durante l’anno, che dovrebbe essere espressa in MWh o TWh e dipende dall’utilizzo reale degli impianti.

Anche il dato relativo al numero delle strutture deve essere interpretato correttamente. I 33 data center censiti dal Politecnico nell’area metropolitana corrispondono agli insediamenti, non necessariamente ai singoli edifici. Nella mappatura, infatti, un campus viene conteggiato come una sola unità, anche quando comprende più fabbricati destinati all’elaborazione dei dati, collegati tra loro e serviti dalle stesse infrastrutture energetiche e di rete. Alcuni campus possono riunire più di dieci edifici. Secondo un approfondimento pubblicato nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, contando separatamente le strutture che compongono questi complessi, tra Milano e hinterland si arriverebbe già a circa un centinaio di centri dati. Il numero 33 descrive quindi la diffusione geografica degli insediamenti, ma restituisce solo in parte la loro effettiva consistenza fisica.
Accanto ai 33 insediamenti già attivi, infatti, il Politecnico ne rileva 10 in costruzione e 23 ancora sottoposti alla valutazione degli enti locali. La crescita riguarda soprattutto campus composti da più edifici e caratterizzati da potenze molto superiori rispetto a quelle delle strutture esistenti.

Il cambio di scala emerge anche dalle previsioni energetiche. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i data center destinati a entrare in funzione entro il 2028 potrebbero quasi raddoppiare l’impiego di elettricità del polo milanese. Tra i progetti ancora in valutazione figurano interventi da circa 300 MW ciascuno nei territori di Bollate, Lacchiarella, Rozzano e Magenta, ai quali si aggiungono quelli previsti nelle province di Pavia, Lodi e Brescia.

Acqua, calore e impatti cumulativi: i dati che mancano

La ricerca del Politecnico conferma alcune delle domande sollevate dai cittadini, evitando però conclusioni che le informazioni disponibili non consentono ancora di sostenere.

Consumi idrici, emissioni dei generatori, rumore, dispersione di calore, effetti sulla biodiversità e conseguenze sanitarie rimangono ambiti poco esplorati. Ogni progetto presenta stime proprie, ma manca una rilevazione uniforme che permetta di confrontare quanto dichiarato con il funzionamento effettivo degli impianti. Manca soprattutto una valutazione cumulativa delle infrastrutture concentrate nello stesso territorio.

Il problema dell’acqua rende evidente questa lacuna. Alcuni data center utilizzano sistemi a circuito chiuso con consumi limitati; altri ricorrono al raffreddamento evaporativo o a soluzioni ibride, il cui fabbisogno varia in base alla temperatura esterna, alla densità dei server e ai carichi elaborati. Parlare genericamente di data center “idrovori” rischia quindi di mettere sullo stesso piano tecnologie differenti. In assenza dei dati sui singoli impianti, risulta altrettanto difficile quantificare il consumo complessivo previsto nei territori interessati.

La stessa cautela vale per le isole di calore. I data center producono grandi quantità di energia termica, ma l’effetto sulla temperatura circostante varia in base alla progettazione degli impianti, alle modalità di dissipazione, all’estensione delle superfici impermeabilizzate, alla presenza di vegetazione e all’eventuale recupero del calore. Per misurarlo servono dati pubblici e confrontabili, raccolti attraverso un monitoraggio continuo che consideri anche l’impatto cumulativo di più strutture concentrate nella stessa area.

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Le regole approvate dalla Lombardia

Il monitoraggio costituisce però soltanto una parte della risposta. Governare l’espansione dei data center significa anche stabilire dove possano essere costruiti, quali requisiti energetici e ambientali debbano rispettare, come valutare gli impatti cumulativi e quali compensazioni possano essere richieste agli operatori.
È su questo piano che la Lombardia, la regione con la maggiore concentrazione di infrastrutture e nuovi progetti, è intervenuta per prima.

La legge regionale 11 del 3 giugno 2026 rappresenta la prima disciplina regionale italiana dedicata agli insediamenti dei centri dati. La norma indica come prioritarie le aree industriali dismesse, contaminate, degradate o sottoutilizzate. Promuove l’alimentazione da fonti a impatto carbonico neutrale, il recupero del calore attraverso il teleriscaldamento e sistemi di raffreddamento che escludano il prelievo di acqua potabile, di acqua destinata all’irrigazione e di risorse provenienti da fiumi e laghi tutelati.

Gli interventi con una richiesta di connessione superiore a 10 MW assumono rilevanza sovracomunale e devono essere esaminati attraverso una conferenza di concertazione chiamata a valutarne gli effetti territoriali, ambientali, infrastrutturali e sociali. La legge prevede inoltre compensazioni ambientali, una mappatura pubblica degli insediamenti e una cabina di regia incaricata di analizzare consumi energetici e idrici, consumo di suolo, rumore ed effetto isola di calore.

Il banco di prova sarà l’applicazione. Una parte consistente dei progetti era già stata presentata prima dell’entrata in vigore della legge, mentre diverse disposizioni diventano operative attraverso successive deliberazioni e linee tecnico-amministrative. Proprio la capacità di misurare gli impatti cumulativi permetterà di capire se la norma riuscirà a governare la concentrazione degli investimenti, oltre a semplificarne l’iter.

Cinque programmi strategici, ma l’autorizzazione viene dopo

La disciplina regionale si inserisce però in un processo decisionale che, per i progetti di maggiore dimensione, coinvolge direttamente anche il Governo. L’articolo 13 del Decreto Asset consente infatti di dichiarare un programma di preminente interesse strategico nazionale e di affidarne il coordinamento a un commissario straordinario, nominato d’intesa con la Regione interessata. In Lombardia si incrociano così due direttrici: il tentativo regionale di definire criteri ambientali e territoriali e la volontà nazionale di accelerare gli investimenti considerati strategici.

Al 18 agosto 2026, il Governo ha attribuito questa qualifica a sette programmi di investimento in data center, per un valore superiore a 25 miliardi di euro. Cinque interessano la Lombardia e mobilitano complessivamente circa 21,5 miliardi.

La qualifica strategica prevista dall’articolo 13 del Decreto Asset consente di nominare un commissario straordinario per coordinare le amministrazioni e accelerare il procedimento. Rappresenta quindi un via libera politico e industriale al programma, mentre l’autorizzazione unica costituisce un passaggio successivo. Lo stesso Mimit precisa che il commissario opera anche “ai fini del rilascio dell’autorizzazione unica”.
Vediamoli dunque:

  • Amazon ha presentato un programma da circa 1,2 miliardi di euro nei comuni di Rho, Pero e Zibido San Giacomo.
  • Vantage Data Centers prevede investimenti per circa 8 miliardi nei territori di Melegnano, Settimo Milanese, Cornaredo e Tavazzano con Villavesco.
  • EdgeConneX ha ottenuto la qualifica strategica per un programma da circa 3 miliardi articolato tra Opera, Pieve Emanuele-Fizzonasco e Bertonico. Quest’ultimo campus dovrebbe sorgere sull’area industriale dismessa della ex raffineria Gulf, in provincia di Lodi.
  • Equinix realizzerà sette nuovi centri di elaborazione dati tra Settimo Milanese e Cusago, con un investimento stimato in 4 miliardi tra il 2026 e il 2033. Il programma comprende infrastrutture di colocation, connettività e campus hyperscale destinati anche ai carichi di intelligenza artificiale. Il Mimit indica circa 1.500 addetti durante la costruzione e oltre 500 occupati diretti e indiretti a regime.
  • K2 Strategic Infrastructure Italy ha infine presentato un campus hyperscale da circa 400 MW tra Zibido San Giacomo e Lacchiarella. L’investimento raggiunge 5,3 miliardi di euro e la fase di sviluppo e costruzione dovrebbe durare quattro anni. Il programma è stato dichiarato strategico dal Consiglio dei ministri il 4 agosto, proprio nel territorio nel quale la mobilitazione dei comitati si era manifestata con maggiore evidenza.

FAQ sui data center in Lombardia

Quanti data center ci sono in Lombardia?

La mappatura realizzata dal Politecnico di Milano ha censito 49 data center attivi in Lombardia. Di questi, 33 si trovano nella Città metropolitana di Milano, distribuiti in 32 comuni. Il numero si riferisce agli insediamenti o campus e non necessariamente ai singoli edifici che li compongono.

Perché ci sono così tanti data center a Milano e in Lombardia?

Milano e il suo hinterland concentrano infrastrutture di telecomunicazione, reti in fibra, disponibilità di connessioni ad alta capacità, domanda di servizi cloud e vicinanza ai principali centri economici italiani. Questa combinazione ha favorito la crescita di uno dei principali poli data center del Paese.

Qual è l’impatto ambientale dei data center in Lombardia?

Gli aspetti maggiormente discussi riguardano consumo energetico, occupazione di suolo, fabbisogno idrico per il raffreddamento, rumore, dispersione di calore e utilizzo dei generatori di emergenza. L’impatto varia però in modo significativo in funzione della tecnologia e delle caratteristiche di ciascun impianto.

Quali sono le nuove regole per i data center in Lombardia?

La legge regionale 11 del 3 giugno 2026 introduce una disciplina specifica per gli insediamenti dei centri dati. La normativa privilegia il recupero di aree industriali dismesse o degradate, promuove fonti energetiche a impatto carbonico neutrale, recupero del calore e sistemi di raffreddamento che limitino l’utilizzo delle risorse idriche.

Data center Lombardia: la crescita riapre il conto ambientale della regione digitale ultima modifica: 2026-08-19T14:25:59+02:00 da Miti Della Mura

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