Per quanto etereo possa sembrare, in realtà il cloud ha un corpo. È un corpo fatto di data center, reti, sistemi di raffreddamento e, soprattutto, processori. Dietro ogni applicazione, ogni modello di intelligenza artificiale e ogni agente capace di eseguire un compito c’è un’infrastruttura fisica che elabora e trasferisce enormi quantità di dati.

La possibilità di concentrare una simile capacità di calcolo all’interno dei data center deriva da un lungo percorso di miniaturizzazione dei componenti elettronici. Uno dei suoi passaggi decisivi risale al 1971, quando le funzioni dell’unità centrale di elaborazione di un computer furono concentrate in un singolo circuito integrato. Quel dispositivo era l’Intel 4004 e a guidarne la progettazione fu Federico Faggin, fisico e inventore vicentino destinato a diventare uno dei protagonisti della nascita della Silicon Valley.

A oltre mezzo secolo di distanza, Faggin continua a interrogare il rapporto tra esseri umani e macchine da un punto di vista davvero particolare: quello di chi ha contribuito a costruire la base materiale della rivoluzione digitale e oggi ne mette in discussione alcune interpretazioni. 
E proprio Federico Faggin inaugurerà il prossimo 29 ottobre la decima edizione della Cloud Conference Italia, in programma a Treviso.

Il computer racchiuso in un chip

Ma per capire cosa hanno significato 55 anni di storia, è importante ripercorrerli, almeno a grandi linee. 
Prima dell’avvento del microprocessore, la capacità di elaborazione di un computer era distribuita tra numerosi componenti. Portare la CPU su un unico chip significava rendere il calcolo programmabile molto più compatto, economico e accessibile a prodotti differenti.

Il 4004 conteneva circa 2.300 transistor in un package a 16 pin. Come ricostruisce il Computer History Museum, Faggin riuscì a tradurre l’architettura ideata da Ted Hoff e Stanley Mazor, con il contributo di Masatoshi Shima, in un chip concretamente producibile, grazie a una tecnica di fabbricazione che aveva contribuito a sviluppare alla Fairchild.
La portata dell’innovazione andava oltre le prestazioni del singolo componente. Inserire un’unità di elaborazione programmabile all’interno di prodotti diversi apriva la strada alla diffusione dell’informatica fuori dai grandi calcolatori. La capacità di calcolo poteva entrare nelle macchine industriali, negli strumenti elettronici, nei veicoli e, successivamente, nei personal computer e nei dispositivi utilizzati ogni giorno.

Il lavoro di Faggin proseguì con l’Intel 8080 e con la fondazione di Zilog, dove nacque lo Z80, microprocessore che contribuì alla diffusione dei primi personal computer e trovò applicazione in migliaia di prodotti. Negli anni Ottanta cofondò poi Synaptics, partecipando allo sviluppo delle tecnologie che avrebbero portato ai touchpad e ai touchscreen.

Il filo che collega quelle innovazioni al cloud contemporaneo è la progressiva disponibilità della capacità di calcolo. Il microprocessore l’ha portata dentro un numero crescente di dispositivi; il cloud l’ha concentrata nuovamente nei data center, rendendola accessibile attraverso la rete; l’AI generativa richiede ora infrastrutture capaci di eseguire quantità di calcoli difficili da immaginare all’epoca del 4004.

Federico Faggin: l’uomo che costruì il processore e interroga l’intelligenza

Ma il contributo di Faggin al mondo tecnologico odierno va oltre ciò che lui progettò oltre 50 anni fa: il suo percorso di ricerca e personale ha preso nel tempo una direzione meno consueta. Dopo avere lavorato sui dispositivi che permettono alle macchine di elaborare informazioni, ha rivolto la propria attenzione alla coscienza e alla differenza tra il trattamento dei simboli e la comprensione del loro significato.

Nel 2011 Faggin ha fondato con la moglie Elvia la Federico and Elvia Faggin Foundation, attraverso la quale sostiene ricerche teoriche e sperimentali sulla coscienza. È proprio lo studio di ciò che consente agli esseri umani di conoscere e attribuire significato all’esperienza ad averlo portato a interrogarsi sui limiti dell’intelligenza artificiale. Secondo Faggin, elaborare informazioni e comprenderle sono infatti due attività profondamente diverse.

Questo rapporto tra calcolo e comprensione è stato al centro anche del suo seguitissimo intervento alla scorsa edizione del Salone del Libro di Torino, quando Faggin invitò i presenti a non considerare l’AI come un oracolo.
Un sistema informatico può riconoscere configurazioni, elaborare grandi quantità di dati e produrre risposte convincenti, spiegò, ma non conosce il significato di ciò che genera. La comprensione, nella sua visione, nasce dall’esperienza interiore, dai sentimenti e dalle emozioni.

Da questa impostazione deriva anche un’indicazione concreta per l’uso dell’AI. Le sue capacità possono essere molto utili, ma la verifica delle risposte, la loro interpretazione e le decisioni che ne conseguono restano affidate alle persone. Lo stesso vale per il giudizio etico, che non può essere incorporato in un algoritmo e poi delegato alla macchina.

È una posizione particolarmente significativa nel momento in cui l’AI viene integrata nei processi aziendali e acquisisce la capacità di compiere azioni con un grado crescente di autonomia. La qualità tecnica del sistema rappresenta soltanto una parte del problema. Servono persone in grado di comprenderne i limiti, valutare le risposte e assumersi la responsabilità delle conseguenze.

Il ritorno in Italia e l’appuntamento di Treviso

C’è poi un risvolto personale che permea la visione odierna di Faggin sul mondo tecnologico. 
Lo scienziato è tornato a vivere a Vicenza dopo 57 anni trascorsi negli Stati Uniti. In una recente intervista al Corriere della Sera ha raccontato il progressivo allontanamento dalla Silicon Valley contemporanea, sempre più orientata, a suo giudizio, verso il business e l’impiego indiscriminato delle informazioni personali. Ha ricordato però anche ciò che rese possibile la stagione pionieristica vissuta in California: un ambiente disposto ad accogliere le idee e a concedere loro lo spazio necessario per diventare innovazioni.

La sua presenza alla Cloud Conference Italia porta quindi sul palco una storia che attraversa l’intera evoluzione dell’informatica: dal primo microprocessore commerciale ai sistemi cloud, fino alle domande aperte dall’intelligenza artificiale.

Una presenza importante in un evento che riunirà oltre 40 speaker e professionisti provenienti da più di 200 aziende in una giornata nel corso della quale si parlerà di AI e agenti, cybersecurity, infrastrutture cloud, data sovereignty, collaborazione, automazione dei processi, governance, compliance, sostenibilità e trasformazione del lavoro.

Faggin aprirà la giornata in sala plenaria. Il programma completo del suo intervento deve ancora essere annunciato, ma la sua partecipazione offre già una chiave di lettura per l’intera manifestazione: comprendere fin dove possono arrivare le tecnologie costruite dall’uomo e quali decisioni devono continuare a dipendere dalla sua capacità di attribuire significato, formulare giudizi e assumersi responsabilità.

Dal primo microprocessore all’AI: Federico Faggin apre la Cloud Conference Italia ultima modifica: 2026-09-23T12:49:09+02:00 da Miti Della Mura

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