CISO: cresce la fiducia ma l’AI amplia le responsabilità della sicurezza. Le aziende italiane dichiarano meno perdite significative di dati e i loro responsabili della sicurezza mostrano maggiore fiducia nelle difese. L’adozione dell’intelligenza artificiale aggiunge però nuovi compiti: rendere sicuro l’utilizzo di assistenti, copilot e automazione, spesso senza poter contare su risorse e competenze aggiuntive.
Sono i due segnali che emergono dal Voice of the CISO 2026 di Proofpoint, l’indagine annuale sulle priorità e sulle preoccupazioni dei responsabili della sicurezza informatica. Condotta da Censuswide a maggio, la ricerca ha coinvolto 1.600 CISO di aziende con almeno mille dipendenti in 16 Paesi, tra cui 100 in Italia.
Una parte delle nuove responsabilità riguarda il modo in cui l’AI accede alle informazioni aziendali. Un assistente può trovare in pochi istanti un documento riservato che un dipendente era autorizzato a consultare, ma del quale ignorava l’esistenza. Se quel permesso era troppo ampio o non era più necessario, l’AI rende più evidente una debolezza già presente. Per adottare questi strumenti in sicurezza, occorre quindi verificare quali dati siano accessibili, a chi e per quali attività.
Cresce la fiducia, resta il problema degli attacchi mirati
In Italia, il 49% dei CISO ritiene che la propria azienda rischi di subire un attacco informatico rilevante nei prossimi dodici mesi, contro l’84% del 2025. Scende anche la quota di chi segnala perdite significative di dati, dal 77% al 51%. Eppure, il 55% considera ancora la propria organizzazione impreparata ad affrontare un attacco mirato: alla maggiore fiducia si accompagna la consapevolezza di avere difese da rafforzare.
Ferdinando Mancini, Director Sales Engineering Southern Europe di Proofpoint, riconosce progressi concreti soprattutto nelle grandi imprese, che hanno investito nella protezione degli endpoint e degli ambienti cloud. La sua valutazione si basa sull’esperienza con clienti enterprise, dotati di risorse e team dedicati alla sicurezza. Questi investimenti hanno migliorato la capacità di gestire le minacce conosciute, ma resta l’esposizione agli attacchi più sofisticati. “È sufficiente? Noi crediamo di no”, osserva Mancini.
La distinzione tra il dato italiano e quello globale conta anche quando si considerano le conseguenze delle perdite di dati. Nel campione mondiale aumentano le quote di aziende colpite che segnalano sanzioni, perdite finanziarie, costi di ripristino e danni reputazionali. In Italia l’andamento è misto: diminuiscono le segnalazioni di perdite finanziarie e costi di ripristino, mentre crescono lievemente quelle relative a sanzioni e reputazione.
L’AI entra nelle priorità, senza risorse equivalenti
Per il 90% dei CISO italiani, rendere sicuro l’utilizzo di assistenti AI, copilot e automazione è una priorità per i prossimi due anni. L’81% considera però la GenAI un rischio per la sicurezza, con un aumento di 24 punti percentuali rispetto al 2025. La stessa percentuale prevede di dover gestire questi rischi senza un incremento proporzionato di risorse o competenze. Ai responsabili della sicurezza viene quindi chiesto di accompagnare l’adozione dell’AI e, contemporaneamente, di proteggere dati e processi coinvolti.
Marco Zani, Country Manager di Proofpoint, collega questa duplice responsabilità a un approccio centrato sulle persone e sulle loro attività. Valutare il rischio significa capire quali informazioni vengono utilizzate, attraverso quali applicazioni e con quale obiettivo. La protezione degli utenti, la sicurezza dei dati e il governo dell’AI diventano così parti dello stesso lavoro: controllare come le informazioni vengono consultate, condivise e impiegate nei processi aziendali.
Sono compiti che si aggiungono alla manutenzione delle difese esistenti, agli aggiornamenti e alla protezione delle infrastrutture. L’AI amplia quindi il perimetro di intervento del CISO, mentre restano gli impegni e le necessità operative della sicurezza quotidiana.
Prima degli agenti, governare gli strumenti già utilizzati
Le aziende iniziano a sperimentare agenti AI capaci di svolgere attività e scambiare informazioni tra loro. Mancini racconta di clienti che li sviluppano internamente, ma descrive un’adozione ancora prudente: prima di inserirli stabilmente nei processi, occorre capire a quali dati possano accedere, quali azioni possano eseguire e dove debba intervenire una persona.
Nell’assistenza clienti, per esempio, un agente può analizzare una richiesta, consultare la documentazione interna e preparare una risposta. Affidargli anche l’invio al cliente richiede un passaggio ulteriore: stabilire quali risposte possa fornire autonomamente e quali debbano essere verificate da un operatore.
Nel frattempo, le imprese devono gestire gli strumenti che i dipendenti stanno già utilizzando. “Ora la priorità che vediamo è il governo di quello che c’è in casa”, spiega Mancini. Accanto alle applicazioni autorizzate possono infatti esserci servizi adottati senza il coinvolgimento dell’azienda: è la shadow AI, che può comprendere anche funzionalità agentiche, pur in assenza di progetti ufficiali.
A favorire questi utilizzi, osserva Zani, è spesso la ricerca di maggiore produttività. Se un divieto lascia senza risposta un’esigenza di lavoro, le persone possono cercare soluzioni alternative, rendendo più difficile sapere quali informazioni vengano condivise e con quali servizi.
I dati italiani mostrano quanto il problema sia avvertito: il 79% dei CISO blocca o limita la GenAI, ma l’80% ritiene probabile che i dipendenti la utilizzino in modi che potrebbero esporre dati sensibili. Alle restrizioni devono quindi affiancarsi modalità d’uso autorizzate, indicazioni chiare sulle informazioni che si possono condividere e controlli sulla loro effettiva applicazione.
L’AI rende più visibili le debolezze nei permessi
Mancini cita un esempio concreto: un assistente al quale venga chiesto di cercare informazioni sulle retribuzioni dei colleghi. Se quei documenti sono stati condivisi con una platea troppo ampia e risultano accessibili all’utente, lo strumento può individuarli.
Il meccanismo descritto non presuppone un aggiramento dei controlli: l’AI rende più facilmente rintracciabili dati ai quali l’utente aveva già accesso, anche senza esserne consapevole. Link, cartelle e autorizzazioni accumulati nel tempo possono così rivelare carenze nella gestione delle informazioni che prima rimanevano poco visibili.
Da qui il rinnovato interesse per la sicurezza dei dati, segnalato da Mancini anche sul mercato italiano. Classificare le informazioni, verificare le condivisioni e rivedere i privilegi sono attività necessarie per stabilire su quale patrimonio informativo possano operare assistenti e agenti.
Il rischio umano comprende, del resto, situazioni differenti. Il 75% dei CISO italiani lo identifica come la principale vulnerabilità della propria azienda, rispetto al 68% del 2025. Tra le organizzazioni che hanno subito perdite significative di dati, il 41% indica tra le cause gli insider malintenzionati o criminali, il 39% i dipendenti negligenti e il 33% quelli compromessi. Sono condizioni che richiedono risposte diverse, dalla formazione alla gestione delle identità, fino al monitoraggio delle attività sui dati.
I due orologi di attacco e difesa
Attaccanti e aziende si muovono a velocità diverse. Zani descrive questa distanza attraverso il “concetto dei due orologi”: l’AI può accelerare l’individuazione e lo sfruttamento di una vulnerabilità, mentre chi deve correggerla ha bisogno di verificare gli aggiornamenti, testarli e distribuirli sui sistemi. “C’è un gap in mezzo che deve essere colmato”, osserva. Durante questo intervallo, l’azienda resta esposta e deve poter contare su protezioni capaci di arginare gli attacchi anche prima che la correzione sia completata.
L’intelligenza artificiale può contribuire a questa difesa mettendo in relazione diversi segnali e analizzando il contenuto delle comunicazioni. Mancini porta l’esempio delle email: una richiesta insolita, un’insistenza sull’urgenza o un messaggio incoerente con gli scambi precedenti possono indicare un tentativo di manipolazione. La protezione pre-delivery interviene prima della consegna, con l’obiettivo di bloccare i messaggi pericolosi prima che raggiungano la casella del destinatario.
Se l’attaccante è invece riuscito a impossessarsi di un account, il controllo deve proseguire sulle attività svolte con quell’identità. Si tratta di “capire se l’utente si sta comportando come al solito o se c’è qualcosa di anomalo”, spiega Mancini. L’analisi dei comportamenti aiuta a individuare segnali di compromissione anche quando l’accesso avviene attraverso un account legittimo, estendendo la protezione alle operazioni compiute sui dati e sulle applicazioni aziendali.
Il board ascolta di più e chiede decisioni sul business
Il rapporto con il vertice aziendale riflette l’ampliamento del ruolo. L’86% dei CISO italiani dichiara di essere allineato con il proprio board sulla cybersecurity, contro il 64% del 2025. Il 77% considera però eccessive le aspettative riposte sulla propria funzione.
Zani sottolinea come il consiglio di amministrazione valuti la sicurezza attraverso le conseguenze economiche e operative di un incidente: reputazione, valore dell’impresa e capacità di proseguire le attività. Al CISO viene chiesto di rendere comprensibile il legame tra una vulnerabilità tecnica e il suo possibile impatto sul business.
Nel report, l’Italia presenta la quota più alta di CISO che indicano il danno reputazionale tra le maggiori preoccupazioni del board, con il 47%.
Le decisioni riguardano quali utilizzi dell’AI autorizzare, quali informazioni proteggere, dove concentrare gli investimenti e quali rischi accettare. Anche il board è chiamato a rafforzare la propria preparazione: l’84% dei CISO italiani ritiene che le competenze di cybersecurity dovrebbero essere richieste ai consiglieri, rispetto al 59% del 2025.








