Gli attacchi informatici in Italia crescono del 49%, il mercato della cybersecurity raggiunge 2,78 miliardi di euro e Gartner mette il “ransomware survival mode” tra i trend chiave della data protection2026. Ma proteggere non basta più. Per CIO e decision maker la nuova frontiera è garantire che dati e backup sopravvivano all’attacco e che il business possa realmente ripartire. Un tema al centro dell’incontro organizzato da Object First e Jump Computer il prossimo 10 novembre a Padova.

Per anni abbiamo raccontato la cybersecurity utilizzando soprattutto una parola: protezione.

Proteggere gli endpoint. Proteggere le identità. Proteggere il cloud. Proteggere i dati. Costruire nuove barriere intorno a un perimetro aziendale che, nel frattempo, diventava sempre più difficile persino da individuare.

Nel 2026, però, per CIO, CISO e decision maker potrebbe essere arrivato il momento di cambiare domanda.

Non più soltanto: quanto è protetta la mia azienda?

Ma: se domani mattina un attacco ransomware riuscisse comunque a superare le nostre difese, quanto tempo servirebbe per far ripartire davvero il business?

È uno spostamento apparentemente sottile, in realtà enorme. Perché porta la cybersecurity fuori dal solo dominio della prevenzione e la porta direttamente dentro quello della continuità operativa, della resilienza e, inevitabilmente, della responsabilità del management.

Cybersecurity Italia 2026: i numeri spiegano perché la sola prevenzione non basta

A suggerire questo cambio di prospettiva sono innanzitutto i numeri.

Secondo il Rapporto Clusit 2026, nel corso del 2025 gli attacchi cyber in Italia sono cresciuti del 49% rispetto al 2024. Ancora più significativo è il peso assunto dal nostro Paese nello scenario internazionale: l’Italia concentra ormai il 9,6% degli incidenti rilevati a livello mondiale. Una quota difficilmente spiegabile soltanto con le dimensioni della nostra economia digitale e che restituisce l’immagine di un Paese particolarmente esposto alla pressione del cybercrime.

Il Rapporto Clusit 2026 dedica inoltre specifica attenzione a ransomware, DDoS, bot e violazioni delle API, confermando quanto la superficie di rischio sia diventata ampia e articolata.

Il punto, dunque, non è immaginare un futuro nel quale gli attacchi possano essere eliminati. È costruire organizzazioni capaci di continuare a operare anche quando le difese preventive non sono sufficienti.

Il mercato italiano della cybersecurity vale ormai 2,78 miliardi di euro

Anche il mercato sta reagendo.

L’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection della School of Management del Politecnico di Milano stima che nel 2025 il mercato italiano della cybersecurity abbia raggiunto 2,78 miliardi di euro, crescendo del 12% in dodici mesi.

Ma c’è un altro dato forse ancora più interessante per chi oggi governa infrastrutture e strategie IT.

Nel 2025 il 34% delle grandi imprese italiane ha subito attacchi cyber che hanno comportato costi significativi di ripristino, mentre il 3% ha registrato anche conseguenze sull’operatività aziendale. Non sorprende allora che sette grandi organizzazioni su dieci prevedano di aumentare ulteriormente il budget cybersecurity nel 2026 e che il 57% abbia avviato una revisione strutturale dei propri piani di incident response.

Il verbo interessante, qui, è proprio “ripristinare”.

Perché racconta molto bene dove si sta spostando la frontiera della cyber resilience.

Un’azienda può investire in tecnologie di detection, identity protection, endpoint security e network security e trovarsi comunque nella necessità di affrontare un incidente. A quel punto la qualità della strategia cyber si misura anche in qualcosa di estremamente concreto: la possibilità di recuperare dati affidabili e riportare velocemente online applicazioni e processi essenziali.

Ransomware e cyber resilience: il backup è diventato parte del campo di battaglia

C’è poi un secondo cambiamento che rende il problema ancora più delicato.

Il backup non può più essere considerato semplicemente l’ultima rete di sicurezza dell’infrastruttura IT. È diventato esso stesso un obiettivo degli attaccanti.

La ragione è piuttosto intuitiva. Se un’organizzazione possiede copie integre e rapidamente recuperabili dei propri dati, il potere negoziale di chi utilizza il ransomware diminuisce drasticamente. Se invece l’attaccante riesce a compromettere, cancellare o rendere inutilizzabili anche quelle copie, la pressione sull’azienda cresce.

È esattamente per questo che IDC, analizzando il tema della cyber recovery, ha sottolineato come gli aggressori tentino di cancellare o corrompere i backup in quasi la metà dei casi osservati. Da qui la necessità, secondo IDC, di mantenere copie pulite dei dati in ambienti sicuri, immutabili e isolati.

Non stiamo più parlando, quindi, semplicemente di “avere un backup”.

Stiamo parlando della capacità di avere ancora un backup utilizzabile nel momento peggiore possibile.

Ed è una differenza enorme.

Gartner: nel 2026 arriva il “ransomware survival mode”

Non è un caso che Gartner abbia inserito proprio il “ransomware survival mode” tra i principali trend 2026 del backup e della data protection, insieme all’identity backup, alla cloud-native recovery, all’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella protezione dei dati e alle nuove esigenze legate alla sovranità.

La stessa Gartner, nella propria Strategic Roadmap for Backup and Data Protection 2026, invita i responsabili Infrastructure & Operations a spostarsi da strategie di backup prevalentemente reattive verso un modello più proattivo, orientato alla data resilience, alla governance centralizzata e alla cyber readiness.

Il passaggio culturale è importante.

Il backup non è più soltanto una funzione tecnica da verificare periodicamente. Diventa una componente della strategia di resilienza dell’impresa.

E soprattutto backup e recovery smettono di essere sinonimi.

Possedere una copia del dato è una cosa. Sapere che quella copia è integra, non modificabile dall’attaccante e immediatamente disponibile per ricostruire i servizi critici è un’altra.

Immutabilità: perché sta diventando una parola da CIO

È qui che entra in gioco un concetto destinato ad assumere un peso crescente nelle strategie aziendali: l’immutabilità del backup.

In termini molto semplici, rendere immutabile una copia significa impedire che possa essere modificata o cancellata durante un determinato periodo, anche qualora un aggressore riesca a compromettere altri livelli dell’infrastruttura.

Non è soltanto una caratteristica tecnologica.

È una forma di separazione tra ciò che accade nell’ambiente compromesso e la possibilità dell’azienda di tornare operativa.

Ed è precisamente per questo che il tema sta progressivamente salendo dal tavolo dei responsabili infrastrutturali a quello dei CIO, dei CISO e, sempre più spesso, del management.

Perché quando un incidente blocca produzione, vendite, logistica, servizi ai clienti o accesso ai sistemi aziendali, il problema non è più “IT”. È business.

Dalla cybersecurity alla business resilience

NIS2 e DORA stanno contribuendo ulteriormente a questo cambio di paradigma.

Al centro delle nuove normative europee non c’è soltanto la richiesta di introdurre maggiori controlli tecnologici, ma una visione molto più ampia della resilienza digitale: gestione del rischio, continuità operativa, capacità di risposta agli incidenti, responsabilità organizzative e protezione della supply chain.

Per questo la discussione sulla cybersecurity sta inevitabilmente cambiando livello.

Il tema non è promettere che un incidente non accadrà mai. Una promessa del genere, nell’attuale scenario di minaccia, sarebbe difficilmente sostenibile.

Il tema è poter dimostrare di avere costruito un’organizzazione capace di assorbire l’impatto, proteggere gli asset essenziali e recuperare rapidamente l’operatività.

Cybersecurity e business continuity, da questo punto di vista, stanno diventando due facce dello stesso problema.

AI e ransomware: quando aumenta anche la velocità dell’attaccante

A rendere ancora più urgente questa riflessione c’è naturalmente l’intelligenza artificiale.

IDC ha dedicato nel 2026 uno specifico confronto al tema dell’AI-poweredransomware e della cyber resilience, mettendo in evidenza come l’intelligenza artificiale possa rendere più efficaci attività come social engineering, phishing, voice cloning e identificazione automatizzata degli asset vulnerabili.

E la percezione del rischio è già molto alta.

Una ricerca internazionale realizzata nel 2026 da Object First rileva che l’89% dei responsabili IT e cybersecurity intervistati è più preoccupato per la sicurezza dei propri dati proprio a causa degli attacchi potenziati dall’AI.

Il 73% indica l’aumento della sicurezza dei backup come una delle principali risposte al problema, ma soltanto il 58% dichiara di utilizzare storage di backup immutabile per tutti i propri dati.

Ancora più significativo è forse il dato successivo: appena il 53% si dice molto sicuro di poter recuperare rapidamente dopo un ransomware alimentato dall’intelligenza artificiale.

È in questa distanza tra percezione del rischio e capacità effettiva di recovery che si gioca una parte importante della cybersecurity dei prossimi anni.

LEGGI ANCHE: Cybersecurity nelle PMI: perché oggi la sicurezza informatica richiede un cambio di approccio

La nuova domanda del CIO: quanto tempo possiamo permetterci di restare fermi?

Alla fine tutto converge verso una domanda estremamente semplice.

Quanto downtime può permettersi oggi un’azienda?

Un’ora? Quattro ore? Un giorno? Una settimana?

La risposta cambia naturalmente in funzione del settore e del processo coinvolto, ma è proprio questa domanda che permette di trasformare concetti apparentemente tecnici come RTO, RPO, backup immutabile e disaster recovery in temi comprensibili al board.

Perché ogni ora di indisponibilità può significare produzione ferma, ordini non processati, dipendenti impossibilitati a lavorare, clienti non serviti e reputazione compromessa.

Ed è per questo che la cyber resilience non può più essere misurata soltanto sulla capacità di tenere fuori gli attaccanti.

Deve essere misurata anche sulla velocità con cui l’impresa riesce a tornare dentro il proprio business.

Immutabilità assoluta e ripristino immediato: il 10 novembre il confronto con Object First e Jump Computer

Proprio da queste domande nasce l’appuntamento organizzato da Object First e Jump Computer il prossimo 10 novembre 2026 a Padova, presso Casa Exforo in Prato della Valle.

Immutabilità assoluta e ripristino immediato, le chiavi del successo” sarà un confronto dedicato a CIO, CISO e decision maker aziendali per discutere non soltanto di tecnologia, ma di esperienze concrete, responsabilità del management e nuovi approcci secure by design alla protezione del dato.

Al centro ci sarà naturalmente il tema dello storage di backup immutabile e della cyber resilience. Object First ha sviluppato una piattaforma di storage on-premises specificamente progettata per Veeam, basata su un’architettura Zero Trust e pensata affinché i dati di backup non possano essere alterati o eliminati attraverso operazioni distruttive, neppure utilizzando credenziali amministrative.

Ma la tecnologia sarà soltanto una parte della discussione.

L’agenda prevede infatti, dopo la sessione dedicata a immutabilità e ripristino, la presentazione di un caso di successo e soprattutto una round table riservata a CIO, CISO e decision maker, pensata per mettere a confronto esperienze, dubbi e priorità di chi oggi ha concretamente la responsabilità della continuità digitale dell’impresa.

Perché forse è proprio questo il punto da cui ripartire.

Per anni abbiamo chiesto alla cybersecurity di impedirci di cadere.

Nel nuovo scenario digitale dovremo continuare a farlo, naturalmente. Ma dovremo anche imparare a misurare con molta più precisione quanto siamo capaci di rialzarci.

Ed è probabilmente questa una delle nuove misure della resilienza di un’impresa.

L’appuntamento è il 10 novembre 2026 a Padova. Tutti i dettagli e la registrazione sono disponibili sulla pagina ufficiale dell’evento Object First e Jump Computer.

Ransomware e cyber resilience: la vera domanda per i CIO è quanto velocemente può ripartire l’azienda ultima modifica: 2026-09-02T10:46:56+02:00 da Marco Lorusso

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