C’è un punto cieco nel modo in cui aziende e professionisti affrontano il lavoro ibrido.
Si discute di piattaforme, di strumenti collaborativi, di intelligenza artificiale. Ma si trascura un elemento apparentemente semplice, e proprio per questo sottovalutato: l’audio.
Il primo episodio di #CallMeNow, il podcast realizzato in collaborazione con Jabra, parte da una constatazione operativa: la qualità delle videoconferenze continua a essere compromessa da scelte di base sbagliate.
Non è solo una percezione. Diverse ricerche sul lavoro ibrido mostrano che la qualità dell’audio resta uno dei principali punti critici delle videoconferenze: oltre la metà dei lavoratori segnala un impatto negativo di audio scadente su performance e benessere, mentre quasi un lavoratore su due fatica a concentrarsi quando le call si svolgono in ambienti rumorosi come gli open space.
È da qui che prende forma l’impostazione della serie: sette puntate, sette regole operative per affrontare in modo più efficace il lavoro fatto di call e videoconferenze.
La prima è anche la più immediata, ma non per questo la più scontata.
Regola numero 1: l’audio non è un dettaglio
“La microfonia integrata nei laptop è pensata per un utilizzo occasionale, non per gestire conversazioni di lavoro continuative”, osserva Alessandro Vitali, Distribution Manager Italy di Jabra.
“Taglia le frequenze della voce: la chiarezza della comunicazione non potrà mai essere paragonabile a quella di un device professionale”.
È un aspetto tecnico, ma con conseguenze molto concrete.
Quando la voce perde frequenze, perde intelligibilità. E questo si traduce in interruzioni, richieste di ripetere, passaggi poco chiari.
Il risultato è cumulativo: più tempo per capirsi, meno tempo per lavorare.
[Ascolta #CallMeNow sulle principali piattaforme audio, la prima punta è già disponibile su #Spotify]
Il mito della connessione (e le vere cause di una “cattiva” comunicazione)
Quando qualcosa non funziona in una call, la spiegazione è quasi sempre la stessa: la connessione.
È diventata una scorciatoia.
Secondo Alessandro Vitali spesso il problema sta altrove:
“Si tende a minimizzare sugli aspetti tecnici e sull’utilizzo di prodotti non adatti. In realtà l’utilizzo di dispositivi professionali incide direttamente sulla qualità e sulla performance della videoconferenza”.
Se l’audio è scarso, la comunicazione si inceppa: le frasi vanno ripetute, i passaggi si perdono, il ritmo si interrompe.
Non è solo una questione di ascolto, ma di efficienza complessiva.
Su scala quotidiana, queste micro-frizioni si accumulano fino a diventare un costo operativo invisibile.
L’effetto a catena: produttività, benessere e il ruolo dell’AI
Il tema non si esaurisce nella qualità percepita.
Un audio inadeguato incide direttamente su produttività e benessere, non solo di chi parla ma dell’intera call.
“Altrimenti andiamo a incidere negativamente su produttività e benessere”, sottolinea ancora Vitali.
A questo si aggiunge una criticità più recente, legato alla diffusione di strumenti di trascrizione e soluzioni di intelligenza artificiale:
“Se non si utilizza una cuffia con un microfono di un certo livello, diventa un problema anche per la trascrizione”.
L’errore, quindi, non si ferma alla call ma si propaga: un audio impreciso genera trascrizioni imprecise e output meno affidabili.
La qualità dell’audio diventa così un fattore critico anche per l’affidabilità dei sistemi di AI.
Il rumore invisibile: multitasking e cattive abitudini
Accanto agli aspetti tecnologici, emerge un tema altrettanto rilevante: quello comportamentale.
Rumori di tastiere, notifiche, conversazioni in sottofondo sono spesso sottovalutati da chi li produce, ma incidono direttamente sulla qualità dell’ascolto degli altri partecipanti.
“L’utilizzo del mute deve essere coscienzioso”, osserva Alessandro Vitali.
“Va sempre utilizzato quando non si parla”.
Non si tratta solo di etichetta, ma di una condizione minima per mantenere la comunicazione chiara e fruibile.
In questo senso, anche il design dei dispositivi ha un ruolo: controlli immediati e accesso rapido al mute facilitano comportamenti corretti durante le call.
Bastano 30 secondi (ma quasi nessuno li usa)
C’è infine un elemento ancora più semplice, ma spesso trascurato: la verifica preventiva dell’audio.
“Bastano 30 secondi per controllare che tutto funzioni correttamente prima di entrare in call”, è il consiglio pratico e pragmatico di Vitali.
Un passaggio minimo, che evita errori banali come selezionare il microfono sbagliato o non attivare correttamente il dispositivo, ma che resta poco diffuso. Anche in questo caso, il limite non è tecnologico, quanto piuttosto culturale.








