RAMageddon. RAMpocalypse.

Quando un settore comincia a inventarsi nomi da fine del mondo significa che qualche motivo di preoccupazione esiste davvero.

Le due espressioni – due nom-de-crise, come qualcuno le definisce – stanno circolando sempre più spesso tra produttori, distributori e analisti per descrivere la crescente carenza di memorie DRAM e NAND che sta attraversando l’industria tecnologica. Una situazione che, secondo le evidenze che in tutti questi mesi abbiamo raccolto e raccontato, rischia di accompagnarci ancora a lungo.

La parte interessante della storia è che questa volta il problema non nasce da una pandemia, da una nave incagliata in un canale o da qualche incidente nella supply chain globale. Quelli erano i cigni neri. E ne abbiamo scritto a lungo in altri anni. 

Qui la causa principale sembra essere l’intelligenza artificiale.

Mentre l’attenzione di media e investitori si concentrava sulle GPU di Nvidia e sulla corsa ai nuovi data center, un’altra risorsa stava diventando sempre più preziosa: la memoria necessaria per alimentare modelli, agenti AI e infrastrutture di nuova generazione.

Oggi quella domanda sta ridisegnando gli equilibri dell’intera filiera dei semiconduttori e costringendo produttori di PC, smartphone, console e sistemi di storage a contendersi le stesse risorse dei giganti dell’intelligenza artificiale.

L’espansione dei data center AI sta assorbendo una quota crescente della capacità produttiva mondiale, spingendo i produttori a privilegiare i segmenti più redditizi del mercato e lasciando meno spazio alle tradizionali applicazioni consumer ed enterprise.

La conseguenza è che aziende appartenenti a settori molto diversi si trovano improvvisamente a competere per le stesse risorse. Da una parte i grandi hyperscaler impegnati nella costruzione di infrastrutture AI. Dall’altra produttori di PC, smartphone, console di gioco, sistemi di storage e dispositivi elettronici che vedono aumentare costi, tempi di approvvigionamento e difficoltà di pianificazione.

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Ogni agente AI è, prima di tutto, un consumatore di memoria

Per comprendere perché la pressione sul mercato delle memorie stia aumentando così rapidamente bisogna guardare a come sta evolvendo l’intelligenza artificiale.

La prima fase della corsa all’AI è stata dominata dall’addestramento dei grandi modelli linguistici. L’attenzione era concentrata sulla costruzione di infrastrutture capaci di elaborare enormi quantità di dati e sviluppare sistemi sempre più potenti.

Oggi – ci si perdoni se utilizziamo un concetto un po’ abusato in questo periodo –  il mercato sembra entrare a pieno titolo nell’era degli agenti AI.

Sempre più aziende li inseriscono all’interno di processi, applicazioni e flussi operativi per automatizzare attività, analizzare informazioni e coordinare operazioni che coinvolgono sistemi differenti.

Ma per funzionare, questi agenti devono conservare il contesto delle interazioni, accedere a documenti e database, recuperare informazioni, dialogare con altre applicazioni e gestire quantità crescenti di dati in tempo reale.

Ogni nuovo agente che entra in funzione genera una richiesta crescente di dati immediatamente accessibili.

Documenti, database, cronologie delle interazioni, risultati intermedi e informazioni di contesto devono essere disponibili in tempo reale per consentire al sistema di operare con continuità. È questa esigenza di accesso rapido e costante alle informazioni che sta trasformando la memoria in una delle risorse più richieste dell’ecosistema AI.

Più un sistema AI diventa autonomo e più aumenta la quantità di dati che deve mantenere disponibili in tempo reale. Se il chatbot della prima generazione poteva limitarsi a elaborare una richiesta e produrre una risposta, gli agenti stanno iniziando a gestire flussi di lavoro articolati, composti da decine di passaggi e interazioni tra sistemi differenti.

È uno dei motivi per cui la domanda di memoria cresce insieme a quella di GPU.

La costruzione di nuovi data center continua naturalmente a essere trainata dall’addestramento dei modelli, ma una parte sempre più rilevante delle infrastrutture viene progettata per sostenere l’inferenza e l’esecuzione di applicazioni AI distribuite su larga scala. Un’attività che richiede grandi quantità di DRAM e storage ad alte prestazioni.

La conseguenza è che una quota crescente della produzione viene riservata ai grandi progetti AI. Chi realizza data center da miliardi di dollari può infatti garantire ordini, volumi e margini che pochi altri settori sono in grado di offrire. Per i produttori di PC, smartphone e dispositivi elettronici diventa quindi più difficile assicurarsi le stesse forniture alle medesime condizioni.

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Quando i data center competono con PC e smartphone

La situazione è diventata sufficientemente evidente da emergere nelle comunicazioni finanziarie di molte delle principali aziende tecnologiche mondiali.

Apple è tra quelle che hanno affrontato il tema in maniera più esplicita.

Tim Cook ha indicato la disponibilità dei componenti più avanzati come una delle principali criticità da gestire nel prossimo futuro. Secondo il Wall Street Journal, l’aumento dei costi delle memorie rappresenta uno dei fattori che stanno contribuendo alla crescita dei prezzi e alla necessità di ripensare alcune strategie di approvvigionamento.

Il problema riguarda però l’intero settore.

AMD ha segnalato un rallentamento atteso nel business gaming nella seconda metà dell’anno, mentre Intel ha evidenziato come la crescita dei costi di componenti chiave possa influenzare la domanda di alcuni prodotti. Anche distributori e retailer stanno iniziando a osservare gli effetti della tensione sulle memorie attraverso un progressivo aumento dei prezzi e una riduzione delle attività promozionali.

Esiste inoltre un secondo effetto meno visibile ma altrettanto importante.

Quando le memorie diventano scarse, i produttori tendono a destinarle ai prodotti che garantiscono la maggiore redditività.

Questo significa che una parte crescente della capacità disponibile viene utilizzata per configurazioni premium, workstation avanzate, notebook di fascia alta e sistemi destinati all’intelligenza artificiale.

La conseguenza è una progressiva riduzione dell’offerta nelle fasce più economiche del mercato, con un effetto inflattivo che si somma all’aumento dei costi dei componenti.

RAMageddon: una crisi che coinvolge anche lo storage

La pressione non riguarda soltanto le memorie utilizzate nei server e nei PC.

Anche il mercato dello storage sta attraversando una fase di forte trasformazione.

Aziende come SanDisk stanno privilegiando accordi pluriennali con clienti strategici, in particolare operatori di data center e grandi organizzazioni che possono garantire volumi elevati e contratti di lungo periodo.

La logica è comprensibile.

Chi sta costruendo infrastrutture AI su larga scala può impegnarsi per anni nell’acquisto di capacità di storage e memoria, offrendo ai produttori una prevedibilità che il mercato consumer difficilmente può garantire.

Il risultato è che smartphone, notebook, sistemi NAS, console e dispositivi elettronici rischiano di trovarsi sempre più spesso in fondo alla lista delle priorità.

Anche aziende come Sonos hanno evidenziato come la crescente domanda di DDR5 e di altre memorie avanzate stia accelerando la dismissione di tecnologie precedenti, creando ulteriori tensioni lungo la filiera dell’elettronica di consumo.

Perché il problema non si risolve rapidamente

Il problema è che la domanda e l’offerta viaggiano a velocità diverse.

L’intelligenza artificiale può generare nuovi fabbisogni nel giro di pochi mesi. La capacità produttiva necessaria per soddisfarli richiede invece anni di investimenti, autorizzazioni, costruzione degli impianti e messa a regime delle linee produttive.

È questo disallineamento temporale a mantenere elevata la pressione sull’intero mercato delle memorie.

Secondo il Wall Street Journal, i principali progetti sostenuti dal CHIPS Act statunitense produrranno effetti significativi soltanto nei prossimi anni. Il nuovo stabilimento Micron in Idaho dovrebbe entrare in funzione nel 2027, mentre il grande impianto previsto nello Stato di New York non avvierà la produzione prima del 2030.

Esiste poi un altro elemento spesso sottovalutato.

I produttori di memorie ricordano perfettamente la crisi vissuta tra il 2022 e il 2023, quando il mercato passò rapidamente dalla carenza alla sovrapproduzione, provocando perdite miliardarie e tagli drastici alla produzione.

Per questo motivo Samsung, SK Hynix e Micron stanno espandendo la capacità con molta più cautela rispetto a quanto accaduto in passato.

Nessuno vuole investire centinaia di miliardi per ritrovarsi fra qualche anno con un eccesso di offerta.

La carta cinese e il nuovo fronte geopolitico

Come spesso accade nel settore dei semiconduttori, industria e geopolitica finiscono per intrecciarsi.

La crescita della capacità produttiva cinese rappresenta uno degli sviluppi più osservati dal mercato. Aziende come CXMT nel settore DRAM e YMTC nelle memorie NAND stanno accelerando gli investimenti e ampliando rapidamente la produzione, candidandosi a svolgere un ruolo sempre più rilevante negli equilibri globali del comparto.

Sempre secondo il Wall Street Journal, alcuni grandi produttori di PC stanno già valutando l’impiego di memorie cinesi almeno per i dispositivi destinati ai mercati asiatici.

Tuttavia questa soluzione si scontra con le crescenti tensioni tra Washington e Pechino.

Gli Stati Uniti continuano infatti a considerare strategico il controllo della filiera dei semiconduttori e guardano con sospetto all’espansione dei produttori cinesi nelle tecnologie avanzate.

Nasce così un paradosso destinato a diventare sempre più evidente nei prossimi anni.

Da una parte l’industria tecnologica chiede più capacità produttiva per sostenere la crescita dell’intelligenza artificiale. Dall’altra i governi occidentali cercano di limitare il ruolo della Cina proprio nei segmenti che potrebbero contribuire ad alleviare la carenza.

RAMageddon: molto più di una crisi delle memorie

Il RAMageddon del 2026 va letto come il sintomo di una trasformazione molto più ampia.

La crescita dell’intelligenza artificiale sta ridisegnando la geografia industriale dei semiconduttori, spostando investimenti, capacità produttiva e accordi di fornitura verso le infrastrutture che alimentano la nuova economia dell’AI.

È all’interno di questo riequilibrio che la memoria sta assumendo un valore strategico sempre più rilevante per produttori, operatori cloud e governi.

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RAMageddon e RAMpocalypse: la prossima crisi dell’AI potrebbe chiamarsi memoria ultima modifica: 2026-06-24T14:51:03+02:00 da Miti Della Mura

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