Con #CallMeNow, la serie di video podcast realizzata in collaborazione con Jabra per analizzare le principali regole pratiche della collaborazione digitale, il percorso arriva a un tema spesso affrontato in modo riduttivo: il benessere durante il lavoro digitale.
Quando si parla di wellbeing nelle attività da remoto o ibride, infatti, il dibattito tende a concentrarsi quasi esclusivamente su postura, sedute ergonomiche e assetto della workstation.
Ma il benessere durante una giornata fatta di meeting e videoconferenze dipende da un insieme molto più ampio di fattori.
La sesta regola della serie parte da qui: quando il benessere viene trascurato, anche l’efficacia della collaborazione inevitabilmente ne risente.
Perché una call può stancare quanto una maratona mentale
Molti professionisti sperimentano la stessa sensazione: terminare una videoconferenza di trenta minuti con un livello di affaticamento che appare sproporzionato rispetto allo sforzo fisico richiesto.
Secondo Giulia Villa, Marketing & Communication Coordinator in Jabra Italy, questa percezione dipende spesso non dalla durata della call in sé, piuttosto dalla qualità con cui il meeting è stato progettato e condotto.
“Molto spesso le riunioni non sono guidate da un obiettivo chiaro”, osserva.
“Si finisce la call stanchi, ma senza la percezione di aver realmente prodotto qualcosa”.
Quando una riunione manca di una direzione precisa, infatti, richiede ai partecipanti di mantenere alta l’attenzione senza offrire una chiara progressione verso un risultato concreto.
Il carico cognitivo resta elevato, ma viene percepito come poco produttivo — ed è proprio questo scarto tra energia spesa e valore generato a rendere la stanchezza ancora più marcata.
#CallMeNow 6: Wellbeing non significa solo ergonomia
Ed è proprio questo che rende riduttivo affrontare il tema del wellbeing limitandolo alla sola ergonomia fisica.
Secondo Giulia Villa, il benessere durante il lavoro digitale dipende da un insieme di variabili molto più ampio rispetto alla semplice postura alla scrivania.
L’ergonomia continua certamente a contare, ma non si esaurisce nella scelta della sedia o nella corretta impostazione della workstation.
Riguarda più in generale tutte le condizioni che incidono sul comfort complessivo durante l’interazione digitale.
In questa prospettiva rientrano anche elementi spesso sottovalutati, come il peso e la vestibilità dei dispositivi indossabili, la pressione esercitata dalle cuffie durante utilizzi prolungati o la qualità tecnica dell’esperienza audio, tutti fattori che contribuiscono direttamente alla percezione di affaticamento lungo l’arco della giornata.
Anche un audio scadente genera stress
Tra questi fattori rientra anche la qualità tecnica dell’esperienza, non come tema separato dal wellbeing ma come una delle sue componenti più concrete.
Secondo Villa, il modo in cui una call viene ascoltata e percepita incide direttamente sul livello di stress associato all’interazione.
“Un audio scadente provoca comunque uno stress mentale”, osserva.
Quando una riunione è segnata da interruzioni, comprensione frammentata o continui problemi di ascolto, una parte significativa dell’energia cognitiva viene assorbita non dal contenuto del confronto, ma dallo sforzo necessario per ricostruire correttamente ciò che viene detto.
In questo senso, la qualità tecnica della comunicazione smette di essere una questione puramente infrastrutturale e diventa parte integrante dell’esperienza di benessere durante il lavoro digitale.
Ma lo stress non è sempre negativo
Il rapporto tra benessere lavorativo e qualità dell’esperienza professionale non è però lineare né privo di sfumature.
Secondo alcune analisi, una quota significativa dei lavoratori che si dichiara soddisfatta del proprio lavoro sperimenta comunque livelli moderati di stress, segno che benessere e assenza totale di pressione non coincidono necessariamente.
Il punto centrale è distinguere tra uno stress fisiologico, legato a obiettivi chiari e a un coinvolgimento attivo nel proprio ruolo, e una pressione che invece diventa cronica, disordinata o priva di reale finalità.
Una moderata tensione operativa può infatti rappresentare un fattore positivo: mantiene alta l’attenzione, alimenta il senso di responsabilità e contribuisce alla percezione di essere coinvolti in attività rilevanti.
Diventa invece controproducente quando perde proporzione, continuità o direzione, trasformandosi da stimolo funzionale a fonte costante di sovraccarico cognitivo.
Pause e durata dei meeting: ripensare la produttività
Un ulteriore elemento spesso sottovalutato riguarda il modo in cui viene gestito il tempo dei meeting.
In molte organizzazioni, la durata calendarizzata della riunione continua a essere trattata come un perimetro rigido, quasi indipendentemente dall’effettivo avanzamento della discussione. Anche quando gli obiettivi vengono raggiunti prima del previsto, il tempo residuo tende spesso a essere comunque occupato.
Questa impostazione riflette una concezione ancora poco evoluta della produttività.
“Le pause sono molto utili per ricaricare le energie”, osserva Villa. “Dovrebbero essere viste in modo diverso”.
Chiudere una call in anticipo o inserire momenti di decompressione tra riunioni consecutive non dovrebbe essere interpretato come una perdita di tempo, ma come parte integrante di una gestione più consapevole dell’energia cognitiva lungo la giornata lavorativa.
La sesta regola di #CallMeNow: stare bene migliora il lavoro
La sesta puntata di #CallMeNow porta quindi a una conclusione chiara:
il wellbeing non è un tema separato dalla produttività, ma uno dei suoi presupposti operativi.
Recupera le puntate passate!
#CallMeNow – prima puntata
#CallMeNow – seconda puntata
#CallMeNow – terza puntata
#CallMeNow – quarta puntata
#CallMeNow – quinta puntata








